Piove, — disse Marco. — Sì, — rispose Giulia. Non si girò nemmeno. Versò il caffè nella tazza di ceramica bianca e gliela mise davanti. Poi versò il suo. Non toccarono zucchero. Negli ultimi anni avevano smesso di usarlo entrambi, senza mai esserselo detto. Giulia finì il caffè con tre piccoli sorsi, diede una pulita veloce al lavello con la spugna, prese la borsa dalla sedia ed uscì. Il rumore della porta di casa che si chiudeva fu secco, definito. Marco rimase solo con la sua tazza a metà e il ticchettio dell’orologio a parete. Le loro giornate erano diventate tutte così: un’architettura di gesti ripetuti senza alcun bisogno di parole. Non c’era cattiveria, non c’era rancore aperto. Se qualcuno avesse chiesto loro se erano felici, avrebbero risposto di sì, perché la felicità, per quelli della loro generazione, spesso significava assenza di disgrazie

La sveglia delle sette non serviva più, ma Marco si svegliava comunque. Per trentaquattro anni il suo corpo era stato regolato su quel suono. Un bip metallico, secco, che lo tirava fuori dal sonno prima ancora che la luce del sole potesse filtrare dalle tapparelle del corridoio. Poi tre passaggi precisi: il bagno, la macchina del caffè, l’uscita da casa alle sette e tre quarti.

Per trentaquattro anni Marco aveva fatto il contabile in una grande concessionaria di auto alla periferia di Bologna. Era un uomo di cifre, di bilanci che dovevano tornare al centesimo, di righe e colonne disegnate con una precisione quasi maniacale sul monitor del computer. Conosceva i codici dei pezzi di ricambio, le scadenze delle tasse, i modelli degli ammortizzatori. Se un numero era fuori posto, lui lo sentiva prima ancora di vederlo, come un fastidio fisico. La sua vita era stata esattamente così: una tabella ben organizzata, senza errori visibili, senza scarti.

Adesso la tabella era vuota. Da sei mesi Marco era in pensione. All’inizio c’era stata la festa, la targa d’argento regalata dai colleghi, le strette di mano e le frasi fatte: “Adesso ti riposi”, “Finalmente ti godi la vita”, “Puoi dedicarti ai tuoi hobby”. Ma nessuno gli aveva spiegato cosa fosse la pensione quando non avevi hobby, quando la tua identità si era sovrapposta per decenni al timbro di un cartellino e a una scrivania di finto noce.

Marco si girò nel letto. Il lato di Giulia era già vuoto. Le lenzuola erano fredde, segno che sua moglie si era alzata da un pezzo. Si infilò le ciabatte e andò in cucina.

Giulia era lì, in piedi davanti ai fornelli, con la schiena leggermente curva e lo sguardo perso dentro la caffettiera che cominciava a borbottare. Giulia aveva cinquantanove anni, tre meno di lui. Era un’insegnante di scuola elementare e a lei mancava ancora un anno prima di potersene andare.

Marco entrò in cucina senza fare rumore. Si sedette al suo solito posto, all’angolo del tavolo di legno, dove la pittura nera s’era un po’ consumata col tempo. Guardò la finestra. Il cielo sopra i tetti di Bologna era un velo grigio, compatto, che prometteva acqua.

— Piove, — disse Marco.

— Sì, — rispose Giulia. Non si girò nemmeno.

Versò il caffè nella tazza di ceramica bianca e gliela mise davanti. Poi versò il suo. Non toccarono zucchero. Negli ultimi anni avevano smesso di usarlo entrambi, senza mai esserselo detto. Giulia finì il caffè con tre piccoli sorsi, diede una pulita veloce al lavello con la spugna, prese la borsa dalla sedia ed uscì. Il rumore della porta di casa che si chiudeva fu secco, definito.

Marco rimase solo con la sua tazza a metà e il ticchettio dell’orologio a parete. Le loro giornate erano diventate tutte così: un’architettura di gesti ripetuti senza alcun bisogno di parole. Non c’era cattiveria, non c’era rancore aperto. Se qualcuno avesse chiesto loro se erano felici, avrebbero risposto di sì, perché la felicità, per quelli della loro generazione, spesso significava assenza di disgrazie.

I figli erano grandi. Tommaso, il primogenito, si era trasferito a Londra sei anni prima. Lavorava in una banca d’affari, correva sempre, chiamava una volta alla settimana — di solito la domenica pomeriggio — raccontando cose veloci su affitti cari e progetti di cui Marco e Giulia capivano pochissimo. Sara, la minore, viveva a Torino con il compagno. Lavorava nell’editoria, era sempre stanca, parlava con un tono trafelato che lasciava poco spazio alle domande.

Avevano fatto il loro dovere. Avevano cresciuto due figli sani, autonomi, capaci di stare al mondo. Avevano pagato il mutuo per trent’anni. Avevano cambiato la macchina quattro volte. Avevano fatto le vacanze in Riviera Romagnola a luglio, quando i bambini erano piccoli, e poi qualche viaggio organizzato in Puglia o in Sicilia.

Ora che i figli non c’erano più, la casa di centoventi metri quadrati era diventata una cassa di risonanza. Ogni rumore rimbalzava sulle pareti spoglie delle camere vuote. Non litigavano. Non c’erano urla, non c’erano sospetti di tradimenti, non c’erano conti segreti. C’era solo un grande, pesante silenzio che si era depositato sui mobili come la polvere sottile della città.

Il martedì pomeriggio era il momento peggiore. La televisione trasmetteva programmi di approfondimento pomeridiano con luci troppo forti e conduttori che urlavano notizie tragiche o banali. Marco aveva provato a guardarli per le prime settimane, ma gli lasciavano addosso un senso di nausea e di inutile attesa.

Intorno alle tre, decise di scendere in cantina. Non per un motivo preciso, ma perché la cantina era l’unico posto dove c’era ancora del lavoro da fare, o almeno la finzione di un lavoro.

La cantina si trovava al piano interrato del condominio. Era un loculo di cemento armato con una porta di legno a doghe, scura e umida. Puzzava di muffa, di vecchi pneumatici e di carta consumata dal tempo. Marco accese la lampadina nuda che pendeva dal soffitto. Sotto la luce gialla e debole, lo spazio appariva ammassato di cose inutili: scatoloni della spesa pieni di vecchi quaderni delle elementari dei ragazzi, una bicicletta con le ruote sgonfie, vasi da fiori spaccati, una stufa alogena rotta che non aveva mai avuto il coraggio di buttare.

Cominciò a spostare le scatole con lentezza, prendendo tempo. Un blocco dopo l’altro. In un angolo in fondo, coperta da una vecchia coperta di lana rosicchiata dalle tarme, notò una scatola di cartone rigido. Era una di quelle scatole grandi che un tempo servivano per i computer fissi. Sopra, sul nastro adesivo ingiallito, c’era una scritta fatta con un pennarello nero, ormai quasi del tutto sbiadito: Bologna, 1993.

Marco si piegò sulle ginocchia. Le articolazioni gli fecero un piccolo scatto. Tirò fuori la scatola e la appoggiò su un banco di lavoro in legno impolverato. Tirò via il nastro adesivo, che si sbriciolò tra le sue dita, e aprì i lembi di cartone.

Dentro non c’erano documenti di lavoro o fatture. C’era un frammento della sua giovinezza stipato in pochi centimetri d’aria stantia. Un paio di caschi da scooter bianchi, graffiati, con le visiere opache; una pila di scontrini di vecchie pizzerie di via del Pratello; due magliette da concerto stropicciate; un rullino fotografico mai sviluppato; e diverse fotografie a colori coi bordi seghettati, tipiche degli anni novanta.

Sotto a tutto questo, avvolta in un telo di cotone rosso, trovò una custodia rigida per strumento musicale. La cerniera era incrostata dalla ruggine, ma cedette dopo qualche tentativo. Dentro la custodia c’era una chitarra acustica.

Era una vecchia Eko da pochi soldi, con il legno del piano armonico leggermente imbarcato e una corda spezzata che si era arrotolata su se stessa come un vermetto di metallo. Il ponte era scrostato, la cassa era piena di piccoli graffi. Marco rimase a guardarla. Non la toccava da almeno venticinque anni.

Quella chitarra apparteneva a un altro Marco. Un ragazzo di venticinque anni che portava i capelli un po’ lunghi, che studiava economia senza troppa convinzione e che passava le sere d’estate sui balconi delle case dello studente a cantare canzoni fino alle tre di notte. Era la chitarra con cui aveva conquistato Giulia.

Ricordava perfettamente la sera: un piccolo monolocale in affitto vicino a Porta San Vitale. Fuori faceva un caldo soffocante, il traffico della via sotto era un brusio continuo. Loro non avevano un soldo per andare al mare, le tasche erano sempre vuote, ma avevano comprato tre bottiglie di vino economico e un sacchetto di taralli. Avevano cantato Lucio Dalla, Battisti, De André. Giulia rideva, piegava la testa all’indietro e lo guardava come se lui fosse la persona più straordinaria del mondo.

Quando era successo che quella persona straordinaria era diventata soltanto l’uomo che pagava le bollette e ricordava di fare il tagliando alla macchina?

Marco prese la chitarra. Il legno era freddo. Portò lo strumento al piano di sopra, attento a non fare rumore sulle scale, come se stesse trasportando qualcosa di illegale. Lo appoggiò sul tavolo della cucina. Prese uno straccio pulito, un po’ d’olio per legno che teneva nello sgabuzzino e una scatola di corde nuove che aveva comprato dieci anni prima pensando di riprendere a suonare, e che era rimasta chiusa in un cassetto.

Per le successive due ore, Marco lavorò sulla chitarra con la stessa pazienza con cui un tempo cercava gli errori nei bilanci. Pulì la tastiera, tolse la polvere dai tasti, passò l’olio sul corpo scuro. Poi montò le nuove corde una ad una, tirandole piano, girando le chiavette di metallo che stridevano per la ruggine.

Quando finì, tirò una pennata leggerissima sulle corde. Il suono riempì la cucina. Era un suono impreciso, un po’ metallico, privo della rotondità dei grandi strumenti, ma era caldo. Era vivo.

Alle sei del pomeriggio, Giulia tornò a casa. Il rumore delle chiavi nella serratura fu il solito. Ma quando aprì la porta di ingresso, si fermò sul pianerottolo. Sull’ingresso non c’era il solito odore di stantio della casa chiusa nel pomeriggio. C’era un profumo diverso: cera per mobili, olio essenziale di limone e l’aroma amarognolo del caffè fresco che Marco aveva preparato poco prima.

Giulia tolse il cappotto, lo appese all’attaccapanni ed entrò in soggiorno. Marco era seduto sul divano. Sulle ginocchia aveva la chitarra scura. La luce del tramonto filtrava tra le tende grigie, illuminando le particelle di polvere che danzavano nell’aria.

— Che cos’è? — chiese Giulia. Aveva la voce stanca, la borsa dei compiti da correggere ancora stretta nella mano destra.

— L’ho trovata in cantina, — disse Marco. Non la guardò subito; mantenne gli occhi fissi sulle tastiera di legno. — Te la ricordi?

Giulia si avvicinò di due passi. Guardò lo strumento. Per un istante, un istante brevissimo, la piega amara che le segnava gli angoli della bocca scomparve. Lo sguardo le si fece vago, come se stesse cercando di mettere a fuoco un’immagine lontana.

— Pensavo l’avessi venduta vent’anni fa, — disse a bassa voce. — Quando abbiamo comprato il divano nuovo.

— Volevo farlo, — rispose Marco, alzando finalmente lo sguardo. — Poi mi sono dimenticato che era dentro quella scatola. È rimasta lì.

Si guardarono. Non era lo sguardo veloce che si scambiavano la mattina mentre si incrociavano nel corridoio. Fu uno sguardo lungo, fermo, che durò diversi secondi. Il silenzio che ne seguì non era la solita assenza di rumore. Era un silenzio pesante, denso, carico di tutte le cose che non si erano detti in dieci, quindici, vent’anni.

— Sai ancora suonarla? — chiese Giulia. La sua voce si era ammorbidita.

Marco provò ad accennare una sequenza di accordi. Sbagliò il passaggio al Sol, la nota grattò in modo sgradevole. Ci riprovò. Sbagliò ancora. Al terzo tentativo la sequenza scivolò via più fluida.

— Non molto bene, — ammise. — Ho le dita arrugginite. Come tutto il resto.

Giulia guardò le sedie del tavolo, poi guardò il divano. Lentamente, appoggiò la pesante borsa di pelle per terra, si tolse le scarpe con i tacchi bassi e andò a sedersi dall’altra parte del divano, lasciando tra loro mezzo metro di spazio.

— Prova, — disse.

Marco prese un respiro profondo. L’aria gli sembrò quasi bruciare nei polmoni. Attaccò l’introduzione di una vecchia canzone di Lucio Dalla, una di quelle che ascoltavano alla radio mentre guidavano verso la Romagna sulla loro prima Fiat Uno blu.

La sua voce entrò dopo qualche battuta. Non era più la voce pulita da ragazzo; era più ruvida, incrinata dagli anni e dal fumo di piattoni e sigarette masticate nei momenti di stress. Ma era una voce vera, senza filtri.

“Piazza Grande…”

Giulia appoggiò la testa allo schienale del divano e chiuse gli occhi. Marco la guardò mentre suonava. Notò le piccole rughe d’espressione intorno ai suoi occhi, i capelli bianchi che spuntavano sulla riga al centro e che lei non aveva avuto il tempo di tingere quella settimana, la forma delle sue mani appoggiate sulle ginocchia.

Quando la canzone finì, l’ultimo accordo continuò a vibrare nella cassa di legno per qualche secondo prima di spegnersi del tutto. Nessuno dei due parlò. Fuori, la pioggia aveva ricominciato a battere sui vetri con un picchiettio regolare e sommesso.

— Giulia, — disse Marco piano, senza staccare le mani dalle corde.

— Dimmi.

— Io ho paura.

Giulia aprì gli occhi e lo guardò. Non c’era sorpresa sul suo volto.

— Di cosa hai paura, Marco?

— Della pensione. Di questo tempo che mi è caduto addosso tutto insieme e non so dove metterlo. Di alzarmi la mattina e non avere un posto dove andare. E ho paura di noi due. Di questo silenzio. Ho paura che ci guardiamo e non vediamo più niente, soltanto due persone che vivono nello stesso appartamento perché dividono le spese.

Giulia sospirò. Un sospiro lungo, che parve svuotarla di tutta la tensione accumulata durante la giornata a scuola. Si portò una mano al viso e si strofinò la fronte.

— Anch’io ho paura, Marco, — disse a bassa voce. — Tutti i giorni. A volte torno a casa, infilo la chiave nella porta e mi fermo un secondo prima di girarla. Perché so già cosa troverò. Troverò la televisione accesa, te che guardi il soffitto e me che preparo la cena. Mi sembra di entrare nella casa di due estranei che hanno deciso di fare gli affittacamere insieme.

Marco appoggiò delicatamente la chitarra sul divano, nello spazio che li separava.

— Quando abbiamo smesso? — chiese.

— Di fare cosa?

— Di parlare. Di guardarci davvero. Di chiederci come stiamo invece di chiederci se abbiamo comprato il pane.

Giulia fissò lo strumento sul divano.

— Non c’e stato un giorno preciso, Marco. Non succede così. È successo un poco alla volta. Quando sono arrivati i ragazzi, tutte le nostre energie sono andate a loro. Poi c’era il tuo lavoro, la mia scuola, la casa, la salute dei miei genitori quando si sono ammalati. Abbiamo pensato che il matrimonio fosse come una casa già costruita: una volta messa la porta e finito il tetto, la casa resta lì da sola, per sempre. Ma non è così. Le cose si rovinano se nessuno le pulisce, se nessuno apre le finestre per far girare l’aria. La casa diventa scura. E noi ci siamo abituati al buio.

Marco si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia.

— E adesso? Si può riaprire quella finestra?

— Non lo so, — rispose Giulia con brutalità e sincerità. — Non lo so se siamo ancora capaci di stare insieme senza i ragazzi o senza il lavoro a riempirci le giornate.

Marco la guardò per qualche istante. Poi un pensiero semplice, quasi infantile, gli attraversò la mente.

— Domani vuoi fare una cosa con me? — chiese.

— Cosa?

— Andiamo a prendere una pizza. Solo io e te. Niente televisione, niente telefoni sul tavolo, niente discorsi su Tommaso o su Sara.

Giulia lo guardò negli occhi. Non vedeva quel tono di voce, quella luce piccola ma ostinata nello sguardo di Marco da tantissimi anni. Aveva dimenticato che potesse avere ancora quella determinazione.

— D’accordo, — disse lei, e sui suoi bordi delle labbra si disegnò una traccia di sorriso. — Ma a un patto.

— Quale?

— Scegliamo un posto dove non siamo mai stati. Niente solita pizzeria sotto casa. Andiamo da un’altra parte.

Il giorno dopo non ci fu alcun miracolo. La mattina Marco si svegliò di nuovo alle sette. La pioggia era finita, ma il cielo restava grigio. Giulia andò a scuola come sempre. Il silenzio nella casa c’era ancora, fitto e pesante, ma non era più esattamente lo stesso. C’era un piccolo strappo nella tela.

La sera, alle otto, Marco si mise una camicia pulita. Non una di quelle rigide da ufficio, ma una camicia di cotone morbida che non indossava da tempo. Giulia si pettinò con cura e si mise un filo di rossetto. Andarono in un piccolo ristorante nel quartiere Bolognina, un posto con i tavoli di legno e le luci basse dove non erano mai entrati.

All’inizio fu difficile. I primi venti minuti furono occupati da lunghi silenzi imbarazzanti. Avevano perso l’abitudine di conversare senza un pretesto pratico. Marco guardava il bicchiere di vino rosso, Giulia si accomodava il tovagliolo sulle ginocchia.

Poi Marco parlò delle sue paure per il futuro, della sensazione di essere diventato inutile senza i suoi bilanci. E Giulia, per la prima volta dopo anni, gli raccontò di quanto si sentisse sopraffatta dalle nuove tecnologie a scuola, dei bambini che cambiavano e di come si sentisse inadeguata di fronte a colleghi più giovani di vent’anni.

Parlarono di cose stupide e di cose serie. Parlarono di come la città fosse cambiata, dei vicini di casa che facevano rumore, della voglia che Giulia aveva di tornare a visitare una mostra d’arte.

Non tornarono i ragazzi di trent’anni prima. Quelli erano andati via per sempre, inghiottiti dal tempo e dalle responsabilità. Ma sulle sedie di quella trattoria c’erano due persone nuove, due adulti di cinquantanove e sessantadue anni che stavano provando a fare una cosa immensamente difficile: conoscersi di nuovo.

Capirono una verità molto semplice, di quelle che si imparano soltanto quando si è perso quasi tutto il superfluo: non servivano grandi viaggi, non servivano gesti clamorosi o decisioni drammatiche per ricominciare. Serviva soltanto la volontà quotidiana, faticosa e ostinata, di guardare l’altro e porsi un’unica domanda: “Chi sei diventato oggi?”.

Tornarono a casa verso le dieci e mezza. La serata era fresca. Camminarono piano lungo il marciapiede, l’uno accanto all’altra, senza toccarsi ma senza allontanarsi.

Quando entrarono nell’appartamento, Marco andò verso la parete del soggiorno per accendere la televisione per abitudine. Si fermò con la mano a pochi centimetri dal pulsante. Guardò Giulia. Lei lo stava osservando dall’ingresso, mentre si toglieva lo spolverino.

Marco ritirò la mano. Lasciò il telecomando sul tavolino.

Quella sera, per la prima volta dopo molti anni, la televisione in soggiorno rimase spenta. E nella casa, finalmente, il silenzio smise di fare paura.