Mamma, dimmi che non è vero. Teresa guardò sua figlia maggiore senza capire. — Cosa? — Hai deciso di lasciare la casa a Paola? La voce di Cristina tremava. Paola, seduta dall’altra parte del tavolo, abbassò gli occhi. Teresa aveva ottantadue anni. Era piccola, magra e negli ultimi anni camminava con un bastone. — Non ho ancora lasciato niente a nessuno — rispose. — Ma vuoi farlo. — Sì. Cristina si alzò. — E io cosa sono? Non sono tua figlia? Teresa sospirò. — Certo che sei mia figlia. — Allora perché la casa va a lei? Fu Paola a intervenire

— Mamma, dimmi che non è vero.

Teresa guardò sua figlia maggiore senza capire.

— Cosa?

— Hai deciso di lasciare la casa a Paola?

La voce di Cristina tremava.

Paola, seduta dall’altra parte del tavolo, abbassò gli occhi.

Teresa aveva ottantadue anni. Era piccola, magra e negli ultimi anni camminava con un bastone.

— Non ho ancora lasciato niente a nessuno — rispose.

— Ma vuoi farlo.

— Sì.

Cristina si alzò.

— E io cosa sono? Non sono tua figlia?

Teresa sospirò.

— Certo che sei mia figlia.

— Allora perché la casa va a lei?

Fu Paola a intervenire.

— Cristina, abbassa la voce.

La sorella si girò verso di lei.

— Tu non parlare.

— È casa di mamma.

— Lo so benissimo.

Cristina prese la borsa.

— Ma la mamma è anche mia.

Paola la guardò.

Per la prima volta dopo tanti anni ebbe voglia di rispondere quello che pensava davvero.

Sì, la mamma era anche sua.

Peccato che, quando serviva qualcuno, sembrasse esserlo quasi sempre soltanto di Paola.

Teresa aveva avuto due figlie.

Cristina aveva cinquantotto anni, Paola cinquantatré.

Da giovani erano state molto unite.

Poi la vita le aveva portate in direzioni diverse.

Cristina aveva studiato economia, si era sposata e a trent’anni si era trasferita da Bari a Milano.

Aveva trovato un buon lavoro, avuto due figli e costruito la sua vita al Nord.

Paola, invece, era rimasta a Bari.

Aveva lavorato per anni in un negozio, poi in un supermercato. Si era sposata, aveva avuto un figlio e abitava a quindici minuti dalla madre.

Per molto tempo la distanza non aveva creato problemi.

Teresa e suo marito Michele erano indipendenti.

Viaggiavano.

Facevano la spesa.

Andavano al mare.

Quando Cristina tornava a Bari per Natale o in estate, la famiglia si riuniva.

Poi Michele si era ammalato.

E tutto era cambiato.

All’inizio sembrava una cosa temporanea.

Una visita.

Un esame.

Un ricovero.

Poi arrivarono mesi di cure.

Paola cominciò ad accompagnare il padre in ospedale.

— Cristina non può venire — spiegava Teresa. — Lavora.

Paola lo capiva.

Davvero.

Cristina telefonava ogni sera.

— Come sta papà?

— Oggi meglio.

— Cosa ha detto il medico?

— Che dobbiamo aspettare.

Ogni tanto mandava soldi.

Una volta prese un aereo e rimase quattro giorni.

Ma la vita quotidiana era un’altra cosa.

La vita quotidiana era Paola che usciva dal lavoro e correva in farmacia.

Era Paola che alle sette del mattino accompagnava il padre a fare gli esami.

Era Paola che tornava a casa propria alle dieci di sera e trovava suo marito già addormentato.

Quando Michele morì, dopo quasi due anni, Cristina rimase a Bari una settimana.

Poi tornò a Milano.

Paola pensò che finalmente le cose sarebbero diventate più semplici.

Non fu così.

Dopo la morte del marito, Teresa sembrò invecchiare molto velocemente.

Prima smise di guidare.

Poi cominciò ad avere problemi alle ginocchia.

Poi arrivò una caduta in bagno.

Niente di gravissimo, ma da quel momento Paola ebbe paura di lasciarla troppo sola.

Le telefonava ogni mattina.

— Mamma, tutto bene?

— Certo che va tutto bene.

Ogni sera:

— Hai preso le medicine?

— Paola, non sono una bambina.

Due ore dopo Teresa chiamava:

— Non mi ricordo se ho preso la pastiglia della pressione.

Paola tornava indietro.

Passarono gli anni.

La domenica Paola faceva la spesa anche per la madre.

Il martedì la accompagnava dal medico.

Il venerdì le sistemava le medicine per tutta la settimana.

Se Teresa aveva bisogno del parrucchiere, chiamava Paola.

Se si rompeva la lavatrice, chiamava Paola.

Se doveva andare in banca, chiamava Paola.

Cristina continuava a telefonare.

Quasi ogni giorno.

E quando poteva, mandava denaro.

— Prendete una signora che venga due volte alla settimana — aveva proposto.

Lo fecero.

Ma la signora veniva due ore.

Le altre centosessantasei ore della settimana continuavano a esistere.

Una sera Paola tornò a casa dopo aver passato quasi tutto il pomeriggio al pronto soccorso con Teresa.

Suo marito Stefano era in cucina.

— Come sta?

— Bene. Non era niente di grave.

Paola si sedette.

Era stanca.

— Domani devo tornare da lei.

— Domani lavoriamo entrambi.

— Lo so.

Stefano non disse niente per qualche secondo.

Poi domandò:

— E Cristina?

Paola lo guardò.

— Cosa dovrebbe fare?

— Non lo so. Magari venire.

— Vive a Milano.

— Esistono i treni.

— Ha il lavoro.

Stefano sorrise amaramente.

— Anche tu.

Quella frase rimase nell’aria.

Paola si arrabbiò.

Non con Stefano.

Con se stessa.

Perché sapeva che aveva ragione.

Quella sera chiamò sua sorella.

— Cristina, ho bisogno che vieni qualche giorno.

— È successo qualcosa?

— No. Ma sono stanca.

— Possiamo aumentare le ore della signora.

— Non è quello.

— Allora cosa?

Paola cercò le parole.

— Ho bisogno che per qualche giorno la mamma non sia una mia responsabilità.

Dall’altra parte ci fu silenzio.

— Paola, non puoi dire così.

— Perché?

— È nostra madre.

Paola chiuse gli occhi.

— Lo so benissimo.

— Sembra quasi che ti pesi.

Quella frase fece esplodere qualcosa.

— Certo che mi pesa!

Cristina rimase in silenzio.

— La amo. Ma mi pesa. Sono otto anni che organizzo la mia vita intorno ai nostri genitori.

— Io mando soldi.

— Lo so.

— Telefono tutti i giorni.

— Lo so anche questo.

— Allora cosa vuoi da me?

Paola rispose lentamente:

— Tempo.

Cristina venne a Bari due settimane dopo.

Rimase cinque giorni.

Per la prima volta dopo anni fu lei a occuparsi completamente della madre.

Il secondo giorno Teresa volle andare al mercato.

Il terzo aveva una visita medica.

Quella notte si svegliò alle tre perché aveva male a una gamba.

Il quarto giorno chiamò Cristina sei volte mentre lei era uscita per bere un caffè.

La sera Cristina telefonò a Paola.

— Come fai?

Paola capì immediatamente.

— A fare cosa?

— Tutto questo.

Paola sorrise.

— Ti sembra tanto dopo quattro giorni?

Cristina non rispose.

Per qualche mese le cose migliorarono.

Cristina cominciò a tornare più spesso.

Non moltissimo.

Ma almeno cercava di esserci.

Poi Teresa prese una decisione.

Un pomeriggio chiamò entrambe le figlie.

— Voglio sistemare alcune cose finché ho ancora la testa buona.

Cristina rise.

— Mamma, hai più testa buona di tutte noi.

Teresa non rise.

Disse che aveva parlato con un notaio.

Aveva alcuni risparmi che avrebbe diviso in parti uguali tra le figlie.

Ma l’appartamento sarebbe andato a Paola.

Cristina diventò pallida.

— Perché?

Teresa la guardò.

— Perché mi sembra giusto.

— Giusto?

— Sì.

— La casa di papà e tua?

— Sì.

— La casa dove siamo cresciute?

— Sì.

— E la dai tutta a lei?

Teresa annuì.

Fu allora che Cristina disse:

— La mamma è anche mia.

E se ne andò.

Per quasi una settimana non telefonò.

Poi chiamò Paola.

— Tu lo sapevi?

— No.

— Non ci credo.

— Non mi interessa cosa credi.

— Accetterai la casa?

Paola esitò.

— Non lo so.

— Dovresti dire di no.

— Perché?

— Perché siamo sorelle.

Paola sentì una rabbia che credeva di avere superato.

— E dov’era mia sorella quando papà faceva la chemioterapia?

— Non ricominciare.

— Dov’era quando mamma è caduta?

— Avevo due figli piccoli!

— Anch’io avevo un figlio.

— Vivevo a ottocento chilometri!

— Non ti sto accusando di essertene andata!

Paola alzò la voce.

— Ti sto dicendo che le nostre vite hanno avuto un prezzo diverso.

Cristina tacque.

— Tu hai costruito la tua carriera. Hai cresciuto i tuoi figli. Sei partita quando volevi. Io prima di prenotare tre giorni al mare dovevo controllare chi poteva stare con mamma.

— Quindi vuoi essere pagata?

Paola sentì quella frase come uno schiaffo.

— No.

— Allora rinuncia alla casa.

— Non ho detto che la voglio.

— Però non hai detto neanche che non la vuoi.

Le sorelle non si parlarono per quasi un mese.

Teresa ne soffriva.

— Non volevo farvi litigare.

— Lo so, mamma — diceva Paola.

— Forse ho sbagliato.

Un giorno Paola si sedette accanto a lei.

— Perché hai deciso così?

Teresa rimase a lungo in silenzio.

— Perché ti ho rubato degli anni.

Paola la guardò sorpresa.

— Non dire sciocchezze.

— Non sono sciocchezze.

Teresa le prese la mano.

— Ogni volta che avevo bisogno, chiamavo te.

— Perché ero qui.

— Appunto.

— Cristina era lontana.

— Lo so. Non la giudico.

Teresa abbassò gli occhi.

— Ma neanche tu devi essere punita perché sei rimasta vicino.

Paola sentì gli occhi riempirsi di lacrime.

— Non mi devi pagare.

— Non ti sto pagando.

Teresa sorrise.

— Se dovessi pagarti tutte le ore, questa casa non basterebbe.

Risero entrambe.

Qualche giorno dopo Cristina arrivò senza avvisare.

Teresa stava dormendo.

Le due sorelle si sedettero in cucina.

— Ho pensato molto — disse Cristina.

Paola non rispose.

— Ero arrabbiata perché quella casa per me significa mamma e papà.

— Anche per me.

— Mi sembrava che mamma, lasciandola a te, stesse dicendo che tu sei stata una figlia migliore.

— Non credo che intendesse questo.

— Adesso lo so.

Cristina guardò le proprie mani.

— Sai cosa mi fa più male?

— Cosa?

— Che forse io ho usato la distanza come una scusa.

Paola non disse niente.

— Era vero che lavoravo. Era vero che avevo i bambini. Era vero che abitavo lontano.

Cristina respirò profondamente.

— Ma era anche comodo sapere che c’eri tu.

Finalmente Paola la guardò.

— Io invece ho sbagliato a non dirti prima che non ce la facevo più.

— Perché non l’hai fatto?

Paola sorrise tristemente.

— Perché pensavo che una brava figlia non dovesse stancarsi di sua madre.

Cristina allungò la mano sul tavolo.

— Ci siamo comportate da stupide tutte e due.

— Abbastanza.

Teresa morì tre anni dopo, a ottantacinque anni.

Negli ultimi anni Cristina tornò molto più spesso.

Non abbastanza da rendere le due vite uguali.

Non era possibile.

Ma abbastanza perché Paola non si sentisse più sola.

Dopo il funerale arrivò il momento di sistemare la casa.

Cristina entrò nella sua vecchia camera.

Sul muro c’era ancora un piccolo segno a matita che Michele aveva fatto quando lei aveva dodici anni per misurare quanto fosse cresciuta.

Lo toccò con un dito.

Paola era sulla porta.

— Vuoi che lo fotografi?

Cristina annuì.

Poi si girò.

— La casa è tua.

Paola abbassò gli occhi.

— Possiamo ancora venderla e dividere.

— No.

— Cristina…

— Mamma aveva deciso.

Si guardarono.

— Però voglio una cosa.

— Cosa?

Cristina indicò una vecchia macchina da cucire nell’angolo.

— Quella.

Paola rise.

— È pesantissima.

— Problema mio.

Alla fine Paola non andò a vivere nell’appartamento.

Lo affittò.

Con una parte dei soldi aiutò suo figlio.

La vecchia macchina da cucire partì per Milano.

E le due sorelle continuarono a discutere, come avevano fatto per tutta la vita.

Ma non parlarono mai più di chi avesse amato di più la madre.

Avevano capito che l’amore non si misura soltanto con i chilometri percorsi, con i soldi mandati o con le ore passate in una sala d’attesa.

Ma avevano capito anche un’altra cosa.

Prendersi cura di un genitore anziano è amore.

Eppure è anche tempo, stanchezza, rinunce e pezzi di vita che spesso nessuno vede.

Dire che è faticoso non significa amare di meno.

E riconoscere quella fatica non significa mettere un prezzo all’amore.

A volte significa semplicemente guardare finalmente ciò che, per anni, tutta la famiglia aveva dato per scontato.