— Mamma, ma sei seria?
Lucia capì immediatamente che quella conversazione non sarebbe andata come aveva immaginato.
Sua figlia Valentina era seduta dall’altra parte del tavolo con una tazzina di caffè davanti.
— Serissima.
— E da quanto tempo va avanti?
— Non “va avanti” niente. Ci stiamo frequentando.
— Da quanto?
Lucia esitò.
— Quasi quattro mesi.
Valentina appoggiò lentamente la tazzina.
— Quattro mesi? E me lo dici soltanto adesso?
— Te lo sto dicendo adesso perché volevo prima capire io cosa stava succedendo.
— E cosa sta succedendo?
Lucia sorrise.
— Mi piace un uomo.
Valentina la guardò come se sua madre avesse appena pronunciato una frase assurda.
— Mamma, hai sessantaquattro anni.
Lucia non rispose subito.
Poi disse:
— Lo so. C’ero anch’io a tutti i miei compleanni.
Valentina non rise.
Lucia era vedova da otto anni.
Suo marito Roberto era morto a cinquantanove anni.
Erano stati sposati per trentadue.
Non avevano avuto un matrimonio perfetto.
Avevano litigato per i soldi, per i figli, per le vacanze, persino per come caricare la lavastoviglie.
Ma si erano voluti bene.
Avevano cresciuto due figli, Valentina e Marco, comprato un appartamento a Genova e costruito una vita che a Lucia era sempre sembrata normale.
Proprio per questo, quando Roberto era morto, il silenzio era stato così difficile.
All’inizio la casa era piena.
Figli, parenti, amici.
Tutti le telefonavano.
— Hai bisogno di qualcosa?
— Vuoi che venga?
— Non restare sola.
Poi erano passati i mesi.
Come succede quasi sempre, gli altri erano tornati alle proprie vite.
Era giusto così.
Anche Valentina e Marco avevano famiglia e lavoro.
Lucia non pretendeva che stessero con lei ogni giorno.
Aveva imparato a fare molte cose da sola.
Andava al supermercato da sola.
Dal medico da sola.
A volte persino al cinema.
Aveva scoperto che la solitudine non era sempre triste.
C’erano sere in cui le piaceva cenare con una fetta di pane e formaggio davanti alla televisione.
Nessuno le chiedeva:
— Cosa mangiamo domani?
Nessuno lasciava calzini in bagno.
Nessuno russava.
Ma c’erano anche domeniche lunghissime.
E soprattutto c’erano momenti nei quali avrebbe voluto raccontare a qualcuno una cosa piccola.
Non qualcosa di importante.
Una signora incontrata sull’autobus.
Una battuta sentita al mercato.
Un film.
Una giornata storta.
E non sapeva chi chiamare.
Giulio era arrivato nella sua vita senza nessuna intenzione romantica.
Si erano conosciuti durante un corso di cucina organizzato da un’associazione del quartiere.
Lucia si era iscritta insieme alla sua amica Patrizia.
Giulio aveva sessantasette anni ed era divorziato da più di dieci.
La prima volta che parlarono stavano preparando la focaccia.
— Hai messo troppo sale — disse Lucia.
— Non è vero.
— È vero.
— Sei sempre così autoritaria?
Lucia lo guardò sorpresa.
— Solo quando qualcuno sta rovinando una focaccia.
Giulio rise.
Alla fine la focaccia era effettivamente troppo salata.
— Non dirlo a nessuno — le disse.
— Cinque euro e manterrò il segreto.
Da quel giorno avevano cominciato a parlare.
Prima durante il corso.
Poi davanti a un caffè.
Un pomeriggio Giulio le aveva chiesto:
— Ti va di fare due passi?
Lucia aveva accettato.
Quando tornò a casa quella sera si sentiva strana.
Non innamorata.
Non ancora.
Semplicemente allegra.
Era una sensazione che non provava da molto tempo.
Per quasi due mesi non disse niente ai figli.
Non perché si vergognasse.
O forse un po’ sì.
La prima volta che Giulio le aveva preso la mano, Lucia l’aveva ritirata quasi per istinto.
— Scusa — aveva detto lui.
— No. Non hai fatto niente.
Ma dentro di lei era comparso Roberto.
Non il Roberto degli ultimi anni.
Quello giovane.
Quello della fotografia del loro matrimonio che Lucia teneva ancora in camera.
Quella sera aveva pianto.
Il giorno dopo aveva chiamato Patrizia.
— Mi sento una stupida.
— Perché?
— Ieri Giulio mi ha preso la mano e io ho pensato a Roberto.
— È normale.
— Mi è sembrato di tradirlo.
Patrizia era rimasta in silenzio per qualche secondo.
— Lucia, Roberto è morto otto anni fa.
— Lo so.
— Volergli bene non significa che devi morire anche tu.
Quella frase era stata dura.
Ma Lucia aveva capito cosa voleva dire.
Marco fu il primo dei figli a sapere di Giulio.
Lucia glielo disse durante una telefonata.
— Ah, bene — rispose lui.
— Tutto qui?
— Cosa devo fare? Interrogarlo?
Lucia rise.
— Pensavo che ti avrebbe fatto strano.
— Un po’ sì.
Marco fece una pausa.
— Però se stai bene, sono contento.
Con Valentina fu completamente diverso.
— E chi è questo Giulio?
— Un uomo che ho conosciuto.
— Questo l’ho capito.
— È divorziato. Ha sessantasette anni, due figli grandi…
— Lo conosci da quattro mesi e sai già tutta la sua vita?
Lucia cominciò a innervosirsi.
— Vale, cosa vuoi sapere?
— Voglio sapere cosa vuole da te.
— Cosa dovrebbe volere?
— Non lo so. Hai una casa, dei risparmi…
Lucia spalancò gli occhi.
— Stai dicendo che sta con me per i soldi?
— Sto dicendo che devi stare attenta.
— Giulio ha una pensione, una casa e una vita sua.
— Questo è quello che dice lui.
A quel punto Lucia perse la pazienza.
— Basta.
Valentina rimase sorpresa.
Sua madre raramente alzava la voce con lei.
— Non sono una bambina.
— Non ho detto questo.
— È esattamente come mi stai trattando.
Valentina prese la borsa.
— Io cerco solo di proteggerti.
— Da cosa? Dall’essere felice?
La figlia non rispose.
Per alcune settimane evitarono l’argomento.
Poi arrivò il compleanno di Lucia.
Come ogni anno, i figli vennero a pranzo.
Quella volta Lucia invitò anche Giulio.
Valentina lo scoprì soltanto quando suonò il campanello.
— È lui?
— Sì.
— Mamma…
— Comportati bene.
— Ho quarant’anni.
Lucia sorrise.
— E allora dovresti riuscirci.
Giulio entrò con una bottiglia di vino e un mazzo di fiori.
Non cercò di essere simpatico a tutti i costi.
Salutò.
Parlò con Marco di calcio.
Aiutò Lucia a portare i piatti.
Quando Valentina gli fece domande sul lavoro e sulla famiglia, rispose tranquillamente.
A un certo punto arrivò il momento della torta.
Sul mobile del soggiorno c’era una fotografia di Roberto.
Giulio la guardò.
— Era tuo marito?
Lucia annuì.
— Roberto.
Giulio osservò la fotografia per un attimo.
— Tua madre mi ha parlato molto di lui — disse rivolgendosi ai figli.
Valentina lo guardò sorpresa.
— Davvero?
— Certo.
Poi Giulio aggiunse:
— Non sono qui per prendere il posto di nessuno.
Nessuno rispose.
Lucia sentì un nodo in gola.
Dopo pranzo, mentre gli uomini erano sul balcone, Valentina aiutò sua madre in cucina.
— Sembra una brava persona.
Lucia sorrise.
— Che grande concessione.
— Non prendermi in giro.
Per qualche minuto lavarono i piatti in silenzio.
Poi Valentina disse:
— Sai qual è il vero problema?
— Dimmi.
— Quando mi hai parlato di lui, mi sono arrabbiata.
— Me ne sono accorta.
— Ma non per i soldi.
Lucia chiuse il rubinetto.
Valentina guardava un piatto che aveva tra le mani.
— Mi è sembrato che papà stesse scomparendo.
Lucia non se lo aspettava.
— Vale…
— Lo so che è stupido.
— Non è stupido.
— Voi siete sempre stati mamma e papà. Anche dopo che lui è morto. Nella mia testa siete ancora voi due.
Lucia le prese una mano.
— Anche nella mia, qualche volta.
Valentina aveva gli occhi lucidi.
— E allora come fai?
Lucia ci pensò.
— Non lo so.
Era la risposta più sincera.
— Non ho smesso di amare tuo padre.
Indicò con gli occhi la fotografia in soggiorno.
— Ci sono mattine in cui mi sveglio e per un secondo penso ancora che sia in bagno a farsi la barba.
Valentina sorrise tristemente.
— Però tuo padre non torna.
La figlia abbassò lo sguardo.
— E io sono ancora qui.
Nei mesi successivi Valentina imparò lentamente ad accettare Giulio.
Non diventarono grandi amici.
Non era necessario.
Ma quando sua madre diceva:
— Domenica vado con Giulio a Camogli.
Valentina non chiedeva più:
— Perché?
Diceva:
— Divertitevi.
Un anno dopo Lucia e Giulio decisero di fare un viaggio insieme in Sicilia.
Quando Lucia lo comunicò ai figli, Marco disse:
— Portami dei cannoli.
Valentina invece domandò:
— Per quanti giorni?
Lucia la guardò.
— Dieci.
Valentina esitò.
— Va bene. Mandami un messaggio quando arrivate.
Lucia sorrise.
— Ogni tanto puoi anche chiamarmi tu.
— Mamma!
Risero entrambe.
Qualche giorno prima della partenza, Lucia andò al cimitero.
Non ci andava ogni settimana come nei primi anni.
Adesso andava quando ne sentiva il bisogno.
Pulì la fotografia di Roberto e sistemò dei fiori.
Rimase lì per qualche minuto.
— Parto per la Sicilia — disse piano.
Si sentì un po’ sciocca a parlare ad alta voce.
— Con Giulio.
Fece una pausa.
— Ti sarebbe antipatico. Ne sono quasi sicura.
Sorrise.
Poi gli occhi le si riempirono di lacrime.
— Ma credo che capiresti.
Lucia non sapeva se fosse vero.
Nessuno poteva saperlo.
Prima di andare via appoggiò una mano sulla pietra.
— Ti ho voluto bene per tutta la nostra vita insieme.
Poi aggiunse:
— Ma io ne ho ancora un pezzo davanti.
La mattina della partenza Valentina accompagnò sua madre alla stazione.
Giulio li aspettava vicino al binario.
Quando arrivò il momento di salutarsi, Valentina abbracciò Lucia.
— Stai attenta.
— Ho sessantaquattro anni, non quattordici.
— Lo so.
— Non sembra.
Valentina sorrise.
Poi guardò Giulio.
— Me la riporti?
Giulio fece finta di pensarci.
— Vediamo come si comporta.
Lucia gli diede una piccola spinta.
Salirono sul treno.
Dal finestrino Lucia vide sua figlia che salutava.
Si sedette accanto a Giulio.
— Tutto bene? — chiese lui.
Lucia annuì.
Fuori dal finestrino la stazione cominciò lentamente a muoversi.
Pensò a Roberto.
Ai suoi figli.
Ai trentadue anni di matrimonio.
Agli otto anni trascorsi da sola.
E a quell’uomo seduto accanto a lei che non le aveva mai chiesto di dimenticare niente.
Giulio le prese la mano.
Questa volta Lucia non la ritirò.
Aveva capito una cosa che nessuno le aveva insegnato.
A vent’anni sembra naturale pensare che l’amore appartenga ai giovani.
A quaranta si pensa di essere troppo occupati per ricominciare.
A sessanta gli altri cominciano a chiederti perché ne hai ancora bisogno.
Ma il bisogno di avere qualcuno accanto non guarda la carta d’identità.
Lucia non voleva una nuova vita.
La sua vita le piaceva, con tutto quello che conteneva: Roberto, i figli, i ricordi, le perdite e persino gli anni di solitudine.
Voleva soltanto continuare quella che aveva.
E a sessantaquattro anni aveva finalmente capito che ricordare una persona che non c’è più e voler bene a una persona che c’è non sono due sentimenti che si cancellano.
Possono stare nello stesso cuore.
Proprio come il passato e il futuro.