Alessandro, dobbiamo parlare. — Se è per la macchina, domani la sposto. — Non è per la macchina. Gianni era seduto al tavolo della cucina. Davanti a lui c’era una tazzina di caffè ormai freddo. Patrizia stava sistemando i piatti nella lavastoviglie. Alessandro aprì il frigorifero. — È rimasta della pasta? — Nel contenitore in basso — rispose sua madre. — Te la scaldo? — Faccio io. Gianni guardò sua moglie. Poi guardò suo figlio. Trentacinque anni, un buon lavoro, una macchina comprata due anni prima e una settimana di vacanza in Grecia già prenotata per agosto

— Alessandro, dobbiamo parlare.

— Se è per la macchina, domani la sposto.

— Non è per la macchina.

Gianni era seduto al tavolo della cucina. Davanti a lui c’era una tazzina di caffè ormai freddo.

Patrizia stava sistemando i piatti nella lavastoviglie.

Alessandro aprì il frigorifero.

— È rimasta della pasta?

— Nel contenitore in basso — rispose sua madre. — Te la scaldo?

— Faccio io.

Gianni guardò sua moglie.

Poi guardò suo figlio.

Trentacinque anni, un buon lavoro, una macchina comprata due anni prima e una settimana di vacanza in Grecia già prenotata per agosto.

— Ecco — disse Gianni. — Proprio di questo dobbiamo parlare.

Alessandro chiuse il frigorifero.

— Della pasta?

— Del fatto che hai trentacinque anni e chiedi ancora a tua madre dove ti ha lasciato la cena.

Patrizia si girò.

— Gianni, per favore.

— Cosa ho detto di sbagliato?

Alessandro appoggiò il contenitore sul tavolo.

— Papà, sono appena tornato dal lavoro. Possiamo evitare?

— No. Perché evitiamo da almeno cinque anni.

Alessandro sospirò.

— E quindi?

Gianni lo guardò.

— Hai tre mesi per trovare casa.

Il silenzio arrivò all’improvviso.

Patrizia fu la prima a parlare.

— Ma sei impazzito?

Gianni aveva sessantatré anni, Patrizia sessanta.

Vivevano da quasi trent’anni nello stesso appartamento a Monterotondo, poco fuori Roma.

Avevano due figli.

Elena, la maggiore, aveva trentotto anni. Si era sposata a trentuno e viveva con il marito e i due bambini a circa mezz’ora di distanza.

Alessandro era rimasto a casa.

All’inizio era sembrato assolutamente normale.

Aveva studiato.

Poi aveva fatto uno stage.

Poi un contratto di sei mesi.

Poi un altro.

Quando finalmente, a ventinove anni, aveva ottenuto un lavoro stabile in un’azienda di Roma, Patrizia aveva detto:

— Adesso almeno puoi mettere qualcosa da parte.

Alessandro era d’accordo.

Anche Gianni.

Gli affitti erano alti, il lavoro era a Roma e non c’era nessuna ragione per buttare metà dello stipendio in una stanza.

— Resta qui un paio d’anni — gli aveva detto persino suo padre. — Metti via un po’ di soldi e poi vediamo.

Il problema era che gli anni erano diventati sei.

E Alessandro era ancora lì.

Non era un fannullone.

Questo Gianni lo riconosceva.

Si alzava tutte le mattine alle sette.

Andava al lavoro.

Tornava spesso dopo le sette di sera.

Dava ai genitori trecento euro al mese per le spese.

Se c’era qualcosa da aggiustare in casa, aiutava.

Qualche volta faceva la spesa.

Ma per tutto il resto la sua vita era rimasta stranamente simile a quella dei vent’anni.

Patrizia lavava i suoi vestiti.

— Tanto faccio la lavatrice comunque.

Gli stirava le camicie.

— Devo accendere il ferro per quelle di tuo padre.

Cucinava anche per lui.

— Cosa faccio, preparo per due e lascio mio figlio senza cena?

Se Alessandro tornava tardi, trovava il piatto coperto in frigorifero.

Se partiva per il fine settimana, Patrizia gli chiedeva:

— Hai preso una felpa? La sera fa fresco.

Gianni ascoltava e scuoteva la testa.

— Ha trentacinque anni, Patrizia.

— E allora?

— Allora se ha freddo si mette una giacca.

— Ma che fastidio ti dà se glielo ricordo?

Era difficile rispondere.

Preso singolarmente, nessuno di quei gesti sembrava un problema.

Era l’insieme che aveva cominciato a preoccupare Gianni.

La discussione esplose quella sera per un motivo apparentemente stupido.

Alessandro aveva annunciato che in agosto sarebbe andato una settimana a Mykonos con alcuni amici.

Patrizia era contenta.

— Fai bene. Sei giovane.

Gianni aveva chiesto:

— Quanto spendi?

— Non lo so ancora. Tra volo, appartamento, macchina…

— Mille euro?

Alessandro aveva fatto una smorfia.

— Probabilmente qualcosa in più.

Gianni non aveva detto nulla.

Due settimane prima aveva sentito suo figlio lamentarsi con Elena perché non poteva permettersi di andare a vivere da solo.

— Con quello che costano gli affitti, è impossibile.

Adesso, improvvisamente, millecinquecento euro per una settimana al mare erano possibili.

Fu quello a far scattare qualcosa.

— Tu non mandi via nessuno — disse Patrizia.

Erano ancora tutti e tre in cucina.

— Questa è anche casa mia.

— Non lo sto buttando per strada.

— Gli hai appena dato tre mesi!

Alessandro guardava i genitori come se stessero discutendo di un’altra persona.

— Posso parlare anch’io?

— No — risposero entrambi contemporaneamente.

Per un secondo nessuno disse nulla.

Poi Alessandro rise.

— Fantastico.

Gianni si alzò.

— Non voglio litigare.

— Ah no? — disse Patrizia. — Hai scelto un modo interessante per evitarlo.

Gianni si rivolse al figlio.

— Voglio soltanto che cominci a costruirti una vita tua.

— Io ho una vita mia.

— Dove?

Alessandro si irrigidì.

— Che significa?

— Significa che vivi nella camera dove dormivi a sedici anni.

— E questo sarebbe un problema?

— A trentacinque, forse sì.

— Papà, tu non hai idea di come vive la mia generazione.

— Probabilmente è vero.

Gianni indicò il contenitore con la pasta.

— Ma tu non hai ancora idea di come si vive senza tua madre che ti prepara la cena.

— Gianni!

— Che c’è? Non è vero?

Alessandro prese il contenitore.

— Mi è passata la fame.

Uscì dalla cucina.

Pochi secondi dopo sentirono chiudersi la porta della sua camera.

Patrizia guardò il marito.

— Sei stato cattivo.

— Forse.

— Non forse.

Gianni prese il caffè freddo e lo versò nel lavandino.

— Però qualcuno doveva dirglielo.

Quella notte Patrizia e Gianni continuarono a discutere in camera da letto.

— Dove dovrebbe andare con milleottocento euro al mese? — chiedeva lei.

— Non ho detto che deve prendere un attico in centro a Roma.

— Hai visto quanto costano gli affitti?

— Può dividere un appartamento.

— A trentacinque anni deve vivere con degli sconosciuti?

Gianni la guardò.

— A trentacinque anni può vivere con chi vuole. Questo è il punto.

Patrizia si mise a letto.

— A te dà fastidio averlo qui.

— No.

— Allora qual è il problema?

Gianni rimase in silenzio.

Era una domanda alla quale aveva pensato molto.

— Ho paura che si stia abituando.

— A cosa?

— A rimandare.

Patrizia non rispose.

— Prima diceva che sarebbe uscito di casa quando avesse avuto un contratto stabile. Poi quando avesse guadagnato di più. Poi quando gli affitti fossero scesi.

Gianni si tolse gli occhiali.

— Gli affitti non scenderanno perché Alessandro compie trentasei anni.

— Non puoi sapere cosa succederà.

— Esatto.

Guardò sua moglie.

— E se aspetta sempre il momento perfetto, resterà qui fino a quarantacinque.

Patrizia spense la lampada.

— A me non darebbe fastidio.

Gianni rimase immobile.

Quella risposta gli fece capire che il problema era più complicato di quanto pensasse.

La mattina dopo Alessandro uscì senza fare colazione.

Patrizia lo chiamò.

— Non prendi il caffè?

— Lo prendo fuori.

— Alessandro…

— Mamma, devo andare.

La porta si chiuse.

Patrizia si voltò verso Gianni.

— Contento?

— No.

— Sembra di sì.

— Patrizia, non voglio che nostro figlio sia arrabbiato con me.

— Però lo stai cacciando di casa.

Gianni sospirò.

— Perché continui a chiamarlo “cacciare”?

— Perché è quello che stai facendo.

— Sto chiedendo a un uomo di trentacinque anni di diventare indipendente.

— È nostro figlio.

— È proprio perché è nostro figlio che dovremmo volerlo.

Patrizia non rispose.

Per alcuni giorni in casa ci fu un’atmosfera pesante.

Alessandro parlava pochissimo con suo padre.

Con la madre, invece, si lamentava.

— Non capisce niente.

— Tuo padre vuole il tuo bene.

— Bel modo di dimostrarlo.

— Io non sono d’accordo con lui.

Quella frase arrivò a Gianni mentre entrava in cucina.

— Ecco il problema.

Patrizia si girò.

— Quale problema?

— Che tu gli dici sempre quello che vuole sentirsi dire.

— Non è vero.

— No?

Gianni guardò Alessandro.

— Due anni fa volevi andare a vivere con Marco.

Alessandro rimase in silenzio.

Patrizia si irrigidì.

— Cosa c’entra?

— C’entra.

Due anni prima un amico di Alessandro aveva trovato un appartamento e gli aveva proposto di dividerlo.

Alessandro ne aveva parlato a cena.

Patrizia aveva cominciato immediatamente a fare i conti.

Affitto.

Bollette.

Spesa.

Benzina.

— Per cosa? — aveva detto. — Per dare settecento euro al mese a uno sconosciuto? Resta qui e risparmia.

Alla fine Alessandro era rimasto.

— Non gli ho impedito niente — disse Patrizia.

— No. L’hai soltanto convinto che andarsene fosse una stupidaggine.

— Perché lo era!

Gianni la guardò.

— Forse hai bisogno che resti più tu di quanto lui abbia bisogno di stare qui.

Patrizia diventò rossa.

— Non permetterti.

— Non è un’accusa.

— Sembra proprio un’accusa.

— È nostro figlio più piccolo. Elena se n’è andata. Io tra poco vado in pensione. Forse ti fa paura che anche lui se ne vada.

Patrizia prese la borsa.

— Devo uscire.

— Patrizia…

— Non adesso.

Quella volta fu lei a chiudere la porta.

La frase di Gianni la accompagnò per tutta la giornata.

Naturalmente era assurda.

Lei voleva soltanto aiutare Alessandro.

Che madre sarebbe stata se avesse detto al figlio:

“Vai a spendere metà stipendio in affitto”?

Eppure, tornando a casa, ricordò una cosa.

Tre anni prima Alessandro frequentava una ragazza, Federica.

Erano stati insieme quasi due anni.

Una sera lui aveva detto che stavano pensando di prendere casa insieme.

Patrizia aveva sorriso.

Poi aveva cominciato con le domande.

— Siete sicuri?

— Da quanto tempo state insieme?

— Avete fatto bene i conti?

— E se poi vi lasciate?

Non gli aveva detto di non andare.

Mai.

Ma quando qualche mese dopo Alessandro e Federica si erano lasciati, una piccola parte di lei aveva provato sollievo.

Quella consapevolezza la disturbò.

Intanto Alessandro aveva iniziato a cercare casa.

Più per rabbia che per convinzione.

Dopo una settimana entrò nello studio del padre con il telefono.

— Guarda.

Gianni lesse l’annuncio.

Un bilocale.

Novecentocinquanta euro al mese.

— Questo è normale.

Passò al successivo.

Mille.

Poi novecento.

Poi un appartamento più economico, ma molto lontano dal lavoro.

— E questi sono senza bollette — disse Alessandro.

Gianni continuava a scorrere.

— Ti avevo detto che non capivi.

Questa volta suo padre non rispose subito.

— Hai ragione.

Alessandro sembrò quasi deluso.

— Come?

— Ho detto che hai ragione. Sono prezzi assurdi.

— Ah.

Gianni gli restituì il telefono.

— Questo però non cambia tutto.

— Certo.

— Alessandro, non voglio vincere una discussione.

Il figlio si sedette.

Per la prima volta da giorni parlarono senza urlare.

— Perché vuoi davvero che me ne vada? — chiese Alessandro.

Gianni ci pensò.

— Perché quando avevo la tua età tu avevi già sette anni.

— Eccoci.

— Aspetta. Non sto dicendo che devi sposarti o avere figli.

Gianni sorrise.

— Anzi, non farlo solo per farmi contento.

Alessandro rise.

— Grazie.

— Dico soltanto che a trentacinque anni io sapevo cosa costava tenere una casa. Sapevo cosa significava arrivare a fine mese. Prendevo decisioni con tua madre.

— Erano altri tempi.

— Certo.

Gianni annuì.

— Ma diventare adulti non dipende soltanto dai tempi.

Alla fine fu Alessandro a trovare la soluzione.

Il suo collega Simone si stava separando dalla fidanzata e cercava qualcuno con cui dividere un appartamento.

— Settecento a testa — spiegò Alessandro una sera.

Patrizia quasi si strozzò con l’acqua.

— Settecento?

— Mamma, non ricominciare.

— Non ho detto niente.

— Hai fatto quella faccia.

— Quale faccia?

— Quella da “settecento euro buttati”.

Gianni cercò di non ridere.

Patrizia lo vide.

— Tu stai zitto.

Alessandro continuò.

— L’appartamento è vicino alla stazione. Posso andare al lavoro con il treno. Risparmio anche sulla benzina.

— E Simone è affidabile? — chiese Patrizia.

— Lavora con me da quattro anni.

— È ordinato?

— Mamma.

— Era solo una domanda.

Alessandro sorrise.

— Vado a vederlo domani.

L’appartamento non era bellissimo.

La cucina era piccola.

Il bagno aveva delle piastrelle che Patrizia definì “un crimine contro l’umanità”.

Ma aveva due camere, un soggiorno e un balcone.

Alessandro decise di prenderlo.

Quando dovette pagare il deposito, Gianni gli fece un bonifico.

Alessandro lo chiamò immediatamente.

— Cos’è?

— Il deposito.

— Posso pagarlo io.

— Lo so.

— Allora perché?

— Perché aiutare un figlio a uscire di casa non è la stessa cosa che mantenerlo per sempre.

Alessandro rimase in silenzio.

— Grazie, papà.

— Non abituarti.

Il giorno del trasloco Patrizia fu insopportabile.

— Hai preso gli asciugamani?

— Sì.

— Le lenzuola?

— Sì.

— La moka?

Alessandro si fermò.

— No.

Patrizia spalancò gli occhi.

— E il caffè come pensavi di farlo?

— Lo compro.

— Il caffè o la moka?

— Tutti e due, mamma.

— Abbiamo tre moke!

Gianni passò con uno scatolone.

— Dagliela, altrimenti non usciamo mai da questa casa.

Patrizia infilò una moka in una borsa.

Poi aggiunse due strofinacci.

Poi un contenitore di sugo.

— Questo mangialo entro due giorni.

— Va bene.

Quando arrivò il momento di partire, Patrizia abbracciò il figlio.

— Se non ti trovi bene, puoi sempre tornare.

Gianni la guardò.

— Patrizia.

— Cosa? Deve sapere che ha una casa!

Alessandro rise.

— Lo so, mamma.

Poi abbracciò suo padre.

— Hai vinto.

Gianni scosse la testa.

— Se pensi che questa fosse una gara, non hai capito niente.

Quella sera la casa sembrava enorme.

Gianni accese la televisione.

Patrizia preparò la cena.

Quando portò i piatti a tavola, ne mise tre.

Si fermò.

Guardò il terzo piatto.

Gianni lo vide.

Non disse niente.

Patrizia lo prese e lo rimise nell’armadio.

Si sedettero.

— È strano — disse.

— Sì.

— Non mi piace.

— Lo so.

Patrizia assaggiò la pasta.

— Chissà cosa mangia.

— Patrizia, è uscito di casa stamattina. Non è partito per la guerra.

— Non ho detto questo.

Passarono dieci minuti.

Il telefono squillò.

Patrizia guardò lo schermo.

— È Alessandro.

Rispose immediatamente.

— Che è successo?

Gianni alzò gli occhi al cielo.

Dall’altra parte sentirono la voce del figlio.

— Mamma, niente. Volevo chiederti una cosa.

— Dimmi.

— Come fai il sugo quello semplice?

Il viso di Patrizia cambiò completamente.

— Quale?

— Quello con il pomodoro.

— Hai la cipolla?

Silenzio.

— Alessandro?

— No.

Patrizia chiuse gli occhi.

— Hai almeno l’aglio?

Altro silenzio.

— No.

— Ma cosa hai comprato?

— La pasta.

Gianni scoppiò a ridere.

— Digli che può mangiarla in bianco!

Patrizia gli fece segno di stare zitto.

— Ascoltami. Domani vai al supermercato e compri…

— Mamma, mandami un messaggio.

— No, perché poi dimentichi.

— Non dimentico.

— Alessandro, ti conosco.

Parlarono per altri dieci minuti.

Quando chiuse, Patrizia sorrideva.

Gianni la guardò.

— Tutto bene?

— Non ha comprato nemmeno l’olio.

— Sopravviverà.

— Non lo so.

Tre mesi dopo Alessandro invitò i genitori a cena.

Aveva cucinato lui.

Patrizia entrò in cucina e cominciò immediatamente a controllare.

— Hai pulito tu?

— Sì.

— Anche il bagno?

— Mamma!

— Chiedevo.

Il sugo era buono.

Non come quello di Patrizia, naturalmente.

Almeno secondo Patrizia.

Ma buono.

Dopo cena Alessandro portò i piatti in cucina senza che nessuno glielo chiedesse.

Gianni osservò sua moglie.

Lei aveva notato la stessa cosa.

Quando tornarono a casa, Patrizia disse:

— È cambiato.

— Chi?

— Alessandro.

— In tre mesi?

— Un po’.

Gianni sorrise.

— Anche tu.

— Io?

— Sì.

— Non sono cambiata per niente.

— Sono tre giorni che non gli chiedi se ha mangiato.

Patrizia ci pensò.

— Gliel’ho chiesto martedì.

— Appunto. Oggi è venerdì. È un record.

Lei rise.

Poi diventò seria.

— Avevi ragione su una cosa.

Gianni aspettò.

— Mi faceva paura che se ne andasse.

— Lo so.

— Non perché volessi tenerlo bambino.

— Lo so anche questo.

Patrizia guardò fuori dal finestrino.

— Quando Elena se n’è andata, avevo ancora lui. Quando anche lui ha cominciato a parlare di andarsene, mi sembrava che la nostra famiglia si stesse svuotando.

Gianni le prese la mano.

— La casa si svuota. Non la famiglia.

Patrizia lo guardò.

— Questa te la sei preparata?

— Tutto il giorno.

Lei rise.

Alessandro non diventò improvvisamente perfetto.

Una volta dimenticò di pagare una bolletta.

Rovinò due camicie in lavatrice.

Scoprì che il frigorifero non si riempiva da solo e che la carta igienica aveva l’abitudine misteriosa di finire proprio quando nessuno l’aveva comprata.

Qualche domenica tornava dai genitori con un sacchetto vuoto e ripartiva con tre contenitori pieni.

Patrizia continuava a cucinare troppo apposta.

Nessuno lo diceva.

Ma tutti lo sapevano.

Un giorno Alessandro le telefonò.

— Mamma, domenica non vengo a pranzo.

Patrizia sentì il vecchio istinto.

Stava per chiedere:

“Perché?”

Invece disse:

— Va bene. Ci vediamo in settimana.

Dopo aver chiuso, rimase qualche secondo a guardare il telefono.

Poi sorrise.

Aveva finalmente capito una cosa.

Per molti anni aveva pensato che essere una buona madre significasse tenere aperta la porta perché suo figlio potesse restare.

Adesso sapeva che significava anche tenerla aperta perché potesse andare.

Gianni, invece, aveva capito che dire semplicemente “alla tua età io…” serviva a poco.

I tempi erano davvero cambiati.

Gli affitti erano diversi, il lavoro era diverso, le difficoltà erano diverse.

Ma una cosa non era cambiata.

Prima o poi ogni figlio deve provare a vivere la propria vita.

E ogni genitore deve imparare a lasciargliela vivere.

Anche quando costa settecento euro al mese.

Anche quando il primo sugo viene malissimo.

E soprattutto anche quando, la prima sera, a tavola rimane una sedia vuota.