Per molti anni Fernanda aveva vissuto una vita tranquilla e silenziosa, ma negli ultimi tempi quel silenzio era diventato troppo pesante. Per quasi quarant’anni, le sue giornate avevano seguito un ritmo identico, immutabile. Ogni mattina si svegliava alle sette, preparava una tazzina di caffè nero e forte, mangiava una fetta biscottata con la marmellata di albicocche e usciva di casa. Aveva lavorato per una vita intera in una piccola libreria all’angolo tra due strade tranquille del suo quartiere. La libreria era il suo mondo, il suo rifugio sicuro. Fernanda conosceva ogni angolo di quel posto, amava il profumo della carta stampata e sapeva trovare qualsiasi romanzo o raccolta di poesie anche a occhi chiusi. Le piaceva accogliere i clienti, consigliare le favole ai bambini e i gialli agli adulti per il fine settimana. Ma quando la giornata lavorativa finiva, Fernanda tornava nel suo appartamento vuoto

Per molti anni Fernanda aveva vissuto una vita tranquilla e silenziosa, ma negli ultimi tempi quel silenzio era diventato troppo pesante.

Per quasi quarant’anni, le sue giornate avevano seguito un ritmo identico, immutabile. Ogni mattina si svegliava alle sette, preparava una tazzina di caffè nero e forte, mangiava una fetta biscottata con la marmellata di albicocche e usciva di casa. Aveva lavorato per una vita intera in una piccola libreria all’angolo tra due strade tranquille del suo quartiere. La libreria era il suo mondo, il suo rifugio sicuro. Fernanda conosceva ogni angolo di quel posto, amava il profumo della carta stampata e sapeva trovare qualsiasi romanzo o raccolta di poesie anche a occhi chiusi.

Le piaceva accogliere i clienti, consigliare le favole ai bambini e i gialli agli adulti per il fine settimana. Ma quando la giornata lavorativa finiva, Fernanda tornava nel suo appartamento vuoto.

Non si era mai sposata. Non aveva fratelli né sorelle, e i pochi parenti alla lontana vivevano così distanti che ormai non ricordava nemmeno i loro volti. Finché c’era il lavoro, la solitudine non le sembrava un problema. Era semplicemente lo sfondo della sua vita, qualcosa di familiare, come il colore delle pareti del salotto.

Ma un anno prima tutto era cambiato. Il proprietario della libreria, il signor Mario, aveva deciso di chiudere l’attività per godersi la vecchiaia. Così, anche per Fernanda era arrivato il momento della pensione.

E improvvisamente, le giornate erano diventate incredibilmente lunghe.

Ora le sue mattine iniziavano allo stesso modo, ma non c’era più nessun posto dove correre. Si vestiva con calma, prendeva la borsa di tela e usciva per fare la spesa al mercato rionale. Era diventata la sua unica distrazione. Cercava di allungare il tempo: scelglieva con cura i pomodori, scambiava due parole con il fruttivendolo, guardava le vetrine dei negozi. Ma alle undici del mattino era già di ritorno a casa.

Poi c’era il pranzo, consumato in solitudine. E dopo, il vuoto. Fernanda si sedeva sulla sua poltrona preferita vicino alla finestra, prendeva un libro, ma spesso si accorgeva di leggere la stessa pagina per tre volte. Guardava fuori, osservava i passanti, i bambini che giocavano, le giovani coppie che camminavano abbracciate. A volte accendeva la televisione solo per sentire delle voci nella stanza, ma quelle storie sullo schermo le sembravano lontane, estranee.

Dentro di sé sentiva una strana sensazione. Non era un dolore forte, ma una nostalgia sottile e profonda. Era come se il libro della sua vita fosse già stato letto, la copertina chiusa, e non ci fosse più nulla da scrivere sulle pagine bianche rimaste.

«Beh, ho superato i sessant’anni», pensava Fernanda guardandosi allo specchio, accarezzando i capelli grigi e le piccole rughe intorno agli occhi. «La mia vita è stata onesta e tranquilla. Non posso chiedere di più al destino».

Era convinta che davanti a sé ci fosse solo una vecchiaia calma e monotona. Ma la vita, a volte, ha molta più fantasia di noi.

Era un martedì pomeriggio, uno di quei giorni in cui il sole scalda dolcemente i muri dei palazzi antichi. Fernanda stava tornando dal supermercato con un sacchetto di latte e qualche mela. Davanti al portone di casa incontrò la sua vicina, la signora Rosa, una donna energica, chiacchierona e sempre informata su tutto ciò che accadeva nel quartiere.

— Oh, Fernanda! Ciao! — esclamò Rosa, sistemandosi gli occhiali colorati. — Ti trovo sempre sola. Non ti annoi a stare chiusa in casa tutto il giorno?

Fernanda sorrise timidamente.

— Ma no, Rosa, non mi annoio. Leggo, riposo… Ci sono tante cose da fare in casa.

— Sì, sì, immagino — tagliò corto la vicina. — Ascolta, basta nascondersi dal mondo. Perché non vieni stasera al circolo del quartiere? Ci riuniamo ogni martedì e giovedì. Facciamo spesso partite a burraco, prendiamo un tè, facciamo due chiacchiere. C’è una bellissima compagnia!

— A burraco? — chiese Fernanda. — Ma io non so giocare a carte. Cioè, giocavo da bambina con mio padre, ma è passato così tanto tempo… E poi le carte non fanno per me.

— Non inventare scuse! — insistette Rosa, prendendola sotto braccio. — Il burraco è un gioco meraviglioso, fa bene alla mente. È facile ma stimolante. E poi non giochiamo mica per soldi, lo facciamo per stare insieme. Dai, ti aspetto alle sei. Se non vieni, vengo io a bussare alla tua porta!

Rosa le fece un occhiolino e si allontanò. Fernanda rimase lì, a pensare. Provava un po’ di timore. Un posto nuovo, persone nuove… E se avesse fatto degli errori stupidi? E se si fossero innervositi per la sua lentezza? Però, l’idea di passare un’altra sera da sola davanti alla televisione le metteva ancora più tristezza.

«Va bene», decise alla fine. «Vado solo a dare un’occhiata. Se non mi piace, invento una scusa e torno a casa».

Alle sei precise, Fernanda arrivò al piccolo circolo del quartiere, ospitato in un locale del comune. Dalle finestre usciva una luce calda e dall’interno si sentiva un brusio allegro, misto a un rumore particolare: il fruscio delle carte da gioco che venivano mescolate sui tavoli.

Appena entrò, Rosa la vide subito e alzò la mano:

— Fernanda, qui! Vieni al nostro tavolo!

Nella stanza c’erano circa dieci tavoli rotondi coperti da panni verdi. Attorno sedevano persone della sua età. C’era chi prendeva un caffè, chi discuteva animatamente della partita precedente e chi semplicemente rideva.

Rosa la fece sedere accanto a sé e le presentò altre due signore, Anna e Lucia. Furono subito molto gentili. Con molta pazienza, iniziarono a spiegarle le regole del burraco.

— Vedi, Fernanda — disse Anna, mostrando le carte. — Devi preparare delle combinazioni. O carte dello stesso seme in scala, come il tre, il quattro e il cinque di cuori… Oppure carte dello stesso valore, come tre o quattro donne. L’obiettivo è fare un “burraco”, cioè una combinazione di almeno sette carte. Non è difficile, vedrai!

Durante le prime partite Fernanda si sentì un po’ persa. Confondeva le carte, dimenticava di pescare dal tallone e continuava a chiedere scusa. Ma nessuno si arrabbiò. Al contrario, Lucia la incoraggiava e Rosa diceva ridendo che tutti all’inizio avevano fatto gli stessi pasticci.

Poi, improvvisamente, verso la terza partita, Fernanda sentì scattare qualcosa. Capì la logica del gioco. Era come risolvere un cruciverba o comporre un mosaico. Bisognava non solo guardare le proprie carte, ma anche osservare cosa scartavano gli avversari, calcolare le mosse, pensare in anticipo.

Quando la serata finì, Fernanda guardò l’orologio e rimase sorpresa: erano già le nove di sera. Tre ore erano volate come se fossero stati pochi minuti.

Mentre camminava verso casa sotto il cielo stellato, si accorse di avere un sorriso stampato sul viso. Quella sensazione di vuoto era svanita. Pensava già a giovedì sera, quando avrebbe riprovato a fare un burraco pulito.

Passarono alcuni mesi e il circolo divenne un appuntamento fisso, una parte fondamentale della vita di Fernanda. Non era più la donna solitaria di prima. Ora conosceva quasi tutti, giocava con sicurezza e velocità, e le sue compagne di tavolo erano diventate amiche vere. Si sentivano al telefono durante il giorno, si scambiavano ricette, parlavano delle novità del quartiere e la sera si ritrovavano davanti al panno verde.

Il burraco aveva dato a Fernanda ciò che le mancava dopo la pensione: uno scopo. Ora non sentiva più di sprecare il suo tempo; allenava la mente, sviluppava strategie e, soprattutto, stava in mezzo alla gente. Aveva capito che attorno a quei tavoli si era tutti uguali. Non importava quanti soldi avessi, quale fosse il tuo passato o perché fossi solo. Contava solo come tenevi le carte in mano e come sapevi collaborare con il tuo compagno.

Una sera, mentre il circolo era nel pieno dell’attività, il presidente, il signor Antonio, si alzò in piedi e batté un cucchiaino sulla tazzina del caffè per chiedere attenzione.

— Cari soci! — disse ad alta voce. — Ho una bellissima notizia. Il mese prossimo, nella città vicina, si terrà il torneo regionale di burraco. È un evento importante, parteciperanno circoli da tutta la provincia. Abbiamo il diritto di iscrivere alcune coppie. Chi se la sente di partecipare?

Nella sala scoppiò un brusio di eccitazione.

— Fernanda, dobbiamo andare! — disse subito Rosa, girandosi verso di lei con gli occhi che brillavano. — Stai giocando benissimo ultimamente. Saremo una coppia fantastica!

Fernanda sentì un nodo allo stomaco per l’emozione.

— Oh no, Rosa, ti prego! Quale torneo? Io gioco solo da pochi mesi. Lì ci saranno persone esperte, che giocano da anni. Faremo solo una brutta figura.

— Ma quale brutta figura? — protestò Rosa. — Ti sei già dimenticata che la settimana scorsa abbiamo battuto Anna e Lucia che giocano da una vita? Fernanda, non avere paura. È un’esperienza. Vediamo una città nuova, incontriamo gente nuova, ci divertiamo. Dai, di’ di sì!

Fernanda esitò a lungo. Non aveva mai partecipato a una competizione in tutta la sua vita. Anche a scuola faceva di tutto per non farsi notare. Ma adesso, guardando l’entusiasmo della sua amica e vedendo gli altri soci che scrivevano i propri nomi sulla lista, pensò: «Ma sì, perché no? Cosa ho da perdere? Se non lo faccio ora, quando mi ricapita?»

— Va bene, Rosa — disse con un filo di voce, ma con determinazione. — Proviamoci.

Le tre settimane successive si trasformarono in un vero e proprio allenamento. Rosa e Fernanda si vedevano quasi ogni giorno. Studiavano le strategie più difficili, imparavano a capirsi al volo, solo guardando quale carta la compagna decideva di scartare. Fernanda sentiva di nuovo quell’emozione leggera che precede le cose grandi. Non si sentiva più una spettatrice della vita, ma una protagonista che si preparava alla sua partita più importante.

Il giorno del torneo arrivò con un bel sole fresco. Il pullman noleggiato dal circolo portò i giocatori nella città vicina. La competizione si svolgeva nel grande salone di un albergo moderno.

Quando Fernanda entrò, rimase senza fiato. Lo spazio era immenso. Più di cinquanta tavoli verdi aspettavano i giocatori. C’era così tanta gente che nell’aria risuonava un brusio continuo. Centinaia di mani mescolavano le carte contemporaneamente, creando un suono unico, simile a quello delle onde del mare sulla spiaggia. C’era un’atmosfera di festa, ma anche di forte concentrazione.

— Mamma mia, quanta gente — sussurrò Fernanda, stringendo la sua borsetta.

— L’importante è stare calme — rispose Rosa, anche se sembrava un po’ tesa anche lei. — Dobbiamo solo fare quello che sappiamo fare.

Gli organizzatori diedero il via e assegnarono i posti. Rosa e Fernanda finirono al tavolo numero 14. I loro primi avversari erano due signori di un altro circolo. La partita iniziò.

Il primo turno andò molto bene. Fernanda riuscì a concentrarsi, dimenticando tutto il resto. Vedeva solo le carte e il panno verde. Lei e Rosa vinsero la prima partita con un buon punteggio, e questo diede loro molta fiducia.

Dopo qualche ora di gioco intenso, fu annunciata una pausa per il caffè. Tutti i partecipanti si alzarono per sgranchirsi le gambe e commentare le giocate.

Fernanda si avvicinò al tavolo dei rinfreschi, prese una tazzina di espresso e si allontanò verso una grande vetrata che dava sul parco della città. La testa le girava un po’ a forza di fare calcoli. Fece un sorso di caffè caldo e chiuse gli occhi per godersi un momento di silenzio.

— È faticoso, vero? — disse improvvisamente una voce maschile, calda e profonda, accanto a lei.

Fernanda aprì gli occhi e si voltò. Accanto a lei c’era un signore più o meno della sua età. Aveva dei folti capelli grigi, tagliati corti, e uno sguardo molto sereno, accompagnato da un sorriso gentile. Indossava una giacca blu elegante ma semplice e una camicia chiara.

— Oh, sì — rispose Fernanda, sorpresa da quel contatto inaspettato. — Non pensavo che un gioco di carte richiedesse così tanta energia mentale.

— Vi ho osservata mentre giocavate — disse l’uomo, sollevando la sua tazzina. — Siete molto attenta. Io ero al tavolo accanto, il numero 15. Comunque, mi chiamo Carlo.

— Fernanda — rispose lei, facendo un piccolo cenno con la testa.

— Piacere mio, Fernanda. È la prima volta che vi vedo a un torneo. Siete del circolo del signor Antonio, giusto?

— Sì, esatto. Ed è davvero il mio primo torneo in assoluto. A essere sincera, avevo molta paura di venire. La mia amica Rosa mi ha praticamente costretta.

Carlo fece una piccola risata, un suono molto dolce che trasmise subito tranquillità a Fernanda.

— Beh, le amiche sanno essere molto persuasive. Però state giocando benissimo. Per essere la prima volta, sembrate una giocatrice esperta.

— Grazie — disse Fernanda, sentendo le guance scaldarsi leggermente. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che qualcuno le aveva fatto un complimento. — E lei? Gioca da molto?

— Da circa tre anni — rispose Carlo, e il suo sguardo si fece un po’ più serio mentre guardava le foglie che cadevano nel parco. — Sapete, dopo la morte di mia moglie, la mia vita si era fermata. Siamo stati insieme quasi quarant’anni. Quando se n’è andata, la casa è diventata improvvisamente vuota. Mio figlio è grande, ha la sua vita e lavora come architetto a Milano. Mi chiama spesso, mi invita da lui, ma ha la sua famiglia, giustamente.

Fernanda annuì. Capiva perfettamente quella sensazione di vuoto e di solitudine.

— Per un paio d’anni ho solo fatto finta di vivere — continuò Carlo. — Uscivo per fare la spesa, tornavo a casa e guardavo il soffitto. Pensavo che le cose belle fossero finite e che dovessi solo aspettare il tempo che passava. Poi un mio vecchio amico mi ha portato quasi a forza in un circolo di burraco. All’inizio protestavo, dicevo che erano cose per vecchi. E invece… quel gioco mi ha salvato. Mi ha riportato tra la gente. Ho ricominciato a parlare, a ridere, a pensare a qualcosa che non fosse il mio dolore.

— Come vi capisco — disse piano Fernanda, guardandolo con una profonda empatia. — La mia storia è molto simile. Non ho mai avuto una mia famiglia, ma il lavoro in libreria era tutto per me. Quando sono andata in pensione, mi sono sentita inutile. Come se il mondo continuasse a girare e io fossi rimasta ferma. È stato il burraco a restituirmi un po’ di gioia.

Carlo la guardò negli occhi con calore.

— Allora siamo due compagni di viaggio che hanno trovato la salvezza in mazzo di carte.

Risero insieme. Quei pochi minuti di conversazione sembrarono a Fernanda incredibilmente naturali. Aveva l’impressione di conoscere quell’uomo da sempre. Con lui non c’era bisogno di fingere, poteva essere semplicemente se stessa.

In quel momento, il suono del gong annunciò la ripresa del torneo.

— Dobbiamo tornare ai tavoli — disse Carlo con un pizzico di rimpianto. — Buona fortuna per le prossime partite, Fernanda. Spero davvero di rivederci.

— Grazie, Carlo. Buona fortuna anche a lei — rispose lei.

Tornarono ai rispettivi tavoli. Durante il resto del pomeriggio, Fernanda incrociò più volte lo sguardo di Carlo dal tavolo numero 15. Ogni volta che i loro occhi si incontravano, lui le faceva un piccolo cenno con la testa e le sorrideva. Quel piccolo gesto le dava una strana sicurezza, tanto che lei e Rosa riuscirono a conquistare il quinto posto in classifica: un risultato incredibile per due esordienti!

Alla fine delle premiazioni, mentre tutti si stavano dirigendo verso i pullman, Carlo si avvicinò di nuovo.

— Complimenti per il quinto posto! — disse, tenendo in mano un piccolo taccuino e una penna. — Fernanda, il mio circolo organizza spesso amichevoli con il vostro. Mi chiedevo… vi dispiacerebbe lasciarmi il vostro numero di telefono? Ho pensato che… forse potremmo fare una partita insieme, un giorno, o semplicemente prendere un caffè se passo dalle vostre parti.

Fernanda rimase un attimo in silenzio. Il suo cuore fece un piccolo balzo. Prese la penna e, con mano tremante ma felice, scrisse il suo numero sul foglietto.

— Volentieri, Carlo. Ecco qui.

Il ritorno a casa dopo il torneo non fu come i soliti rientri. Questa volta la casa di Fernanda non sembrava così fredda. Continuava a pensare alla giornata appena vissuta, alle partite e, soprattutto, a Carlo.

Lui telefonò la sera successiva. La sua voce al telefono era un po’ emozionata ma decisa. Parlarono per quasi un’ora. Scoprirono di avere molte cose in comune: a Carlo piaceva molto leggere, amava i romanzi storici e la cucina.

Una settimana dopo, Carlo arrivò nella città di Fernanda. Si ritrovarono al circolo del quartiere e quella sera decisero di giocare insieme, come compagni di squadra. Giocare con Carlo era un piacere immenso. Era calmo, sicuro, non si arrabbiava mai se le carte erano sfortunate e la sosteneva sempre. Si capivano al primo colpo. Il signor Antonio, osservandoli da lontano, sorrideva sornione sotto i baffi.

Ben presto, però, le partite al circolo non bastarono più.

Dopo il gioco, iniziarono a frequentare un piccolo caffè vicino alla piazza principale. Ordinavano due cappuccini e dividevano una fetta di torta. Parlavano di tutto: della loro infanzia, di come era cambiata la città negli anni, dei loro film preferiti e dei luoghi che avrebbero voluto visitare.

Poi, i caffè si trasformarono in lunghe passeggiate nel parco. Camminavano lentamente, a braccetto, mentre i mesi passavano e le stagioni cambiavano. Carlo era un uomo colto e ironico, e Fernanda lo ascoltava affascinata, ritrovando quella stessa sensazione di calore che provava un tempo tra i suoi amati libri.

Un giorno, durante una di queste passeggiate, mentre il sole stava tramontando e tingeva il cielo di sfumature rosa e arancioni, si sedettero su una panchina. C’era un po’ di vento fresco e Carlo, con un gesto premuroso, sistemò la sciarpa intorno al collo di Fernanda, lasciando poi la mano sulla sua spalla. Fernanda non si allontanò. Sentì un calore antico e bellissimo diffondersi nel petto.

Carlo la guardò, e nei suoi occhi c’era una dolcezza infinita.

— Sai, Fernanda — disse a bassa voce, con un leggero tremolio nella voce. — Per tanto tempo ho pensato che la mia vita fosse finita. Che dovessi solo trascinarmi in una casa vuota. Ma da quando ho incontrato te, tutto è cambiato. Non ricordo l’ultima volta che ho riso così tanto, o che ho desiderato così tanto che arrivasse il giorno dopo. Mi hai riportato la luce.

Fernanda sentì le lacrime agli occhi, ma erano lacrime di pura felicità. Stringendo la mano di Carlo, rispose:

— Vale lo stesso per me, Carlo. Pensavo che il mio libro fosse arrivato all’ultima pagina. Invece, era solo la fine del primo volume.

Restarono lì sulla panchina, tenendosi per mano come due ragazzi, incuranti del tempo che passava. Si erano trovati, e questa era l’unica cosa che contava.

I mesi volarono. L’autunno lasciò il posto all’inverno, poi arrivò la primavera con il profumo dei primi fiori e l’aria frizzante. Il legame tra Fernanda e Carlo diventava ogni giorno più profondo. Ormai non potevano più fare a meno l’uno dell’altra. Si sentivano ogni giorno e passavano insieme tutti i fine settimana.

Il figlio di Carlo, quando seppe di Fernanda, fu felicissimo per il padre. Venne a trovarli insieme alla moglie e alla figlioletta, la nipotina di Carlo. Organizzarono un grande pranzo domenicale e Fernanda, che non aveva mai avuto una famiglia tutta sua, si sentì improvvisamente parte di qualcosa di grande e accogliente. La bambina passò il pomeriggio a chiederle di leggere delle storie, e Fernanda sentì il cuore riempirsi di una gioia immensa.

Una mattina di maggio, Carlo si presentò a casa di Fernanda con un catalogo turistico colorato tra le mani e gli occhi pieni di entusiasmo.

— Fernanda, guarda qui! — disse, aprendo il catalogo sul tavolo della cucina.

Era un itinerario di viaggio in Toscana: borghi medievali, colline piene di ulivi, vigneti e i musei di Firenze.

— Ho pensato… — disse Carlo, un po’ timido. — Non siamo mai andati da nessuna parte insieme, a parte quel torneo. Perché non ci facciamo un regalo? Andiamo in Toscana per una settimana! Solo io e te. Camminiamo, vediamo cose belle, beviamo del buon vino. Che ne dici?

Fernanda rimase a bocca aperta. In tutta la sua vita era uscita dalla sua regione solo pochissime volte. L’idea di un vero viaggio le sembrava qualcosa di enorme, quasi impossibile.

— Carlo… ma non è troppo costoso? E poi… non siamo troppo grandi per fare i turisti e viaggiare così? — disse, cercando di rifugiarsi nelle sue vecchie paure.

Carlo le si avvicinò, le prese le mani e la guardò dritto negli occhi.

— Fernanda, ascoltami. I soldi sono solo carta se restano chiusi in un cassetto senza regalare un’emozione. E per quanto riguarda l’età… pensi davvero che i nostri occhi non possano più godere della bellezza? O che le nostre gambe non possano camminare per le strade di Firenze? Siamo vivi, Fernanda. E abbiamo il diritto di essere felici adesso.

Lei guardò il suo sorriso sicuro e tutti i dubbi svanirono come nebbia al sole.

— Hai ragione, Carlo. Partiamo.

Quel viaggio in Toscana fu un sogno ad occhi aperti. Camminarono per i vicoli di Siena, ammirarono i paesaggi della Val d’Orcia che sembravano dipinti, cenarono in piccole trattorie assaggiando i piatti tipici e ridendo a crepapelle. Fecero molte fotografie. In quelle immagini Fernanda non sembrava affatto una timida pensionata: appariva come una donna radiosa, con gli occhi luminosi e un sorriso giovane e sincero.

Dopo la Toscana fecero un altro piccolo viaggio, stavolta verso il mare. Camminavano sulla sabbia tiepida, ascoltando il rumore delle onde e respirando lo iodio. Facevano progetti per l’autunno, per l’inverno successivo. Non avevano più paura del futuro.

Era una calda sera d’estate. Erano tornati nella loro città e, dopo un’altra serata allegra al circolo a giocare a burraco con gli amici, Carlo e Fernanda stavano attraversando il parco per tornare a casa.

L’aria era profumata di tiglio e il canto delle cicale riempiva la notte. Si avvicinarono alla loro panchina e si sedettero, vicini.

Fernanda appoggiò la testa sulla spalla di Carlo e chiuse gli occhi. Provava una pace assoluta. Nella sua anima non c’era più traccia di quella vecchia tristezza grigia che l’aveva accompagnata per tanto tempo. La sua vita ora era piena di colori.

Fece un piccolo sorriso, ripensando a come tutto era iniziato.

— A cosa pensi, cara? — le chiese dolcemente Carlo, accarezzandole la mano.

Fernanda aprì gli occhi e guardò le prime stelle che brillavano nel cielo scuro.

— Pensavo a noi, Carlo. Chi l’avrebbe mai detto? Chi avrebbe mai pensato che una semplice partita a carte, a cui non volevo nemmeno andare, avrebbe potuto cambiare così la mia vita? Se Rosa non avesse insistito tanto, ora sarei a casa da sola a guardare la TV, convinta che per me non ci fosse più nulla da chiedere alla vita.

Carlo si girò verso di lei, le cinse le spalle con il braccio e sorrise con calore.

— Sai, Fernanda, io credo che le carte siano state solo una scusa. La verità è che la vita ci offre sempre delle occasioni. A volte, aspetta solo il momento giusto. Aspetta che siamo pronti. La vita ha aspettato che tu uscissi dalla tua libreria e che io uscissi dal mio guscio di dolore, per farci incontrare attorno a quel tavolo verde.

Fernanda lo guardò e sentì dentro di sé una verità semplice e bellissima.

Per tutta la vita aveva creduto a un vecchio stereotipo: che le cose grandi e importanti dell’esistenza — l’amore, i viaggi, i grandi cambiamenti, le forti emozioni — appartenessero solo ai giovani. Pensava che la giovinezza fosse il tempo per vivere e la vecchiaia il tempo per ricordare.

Ma in quel momento, stringendo la mano dell’uomo che amava, con la mente piena di progetti e il cuore pieno di speranza, capì quanto si fosse sbagliata.

Scoprì che la felicità non ha età. Non dipende dalle rughe sul viso o dall’anno di nascita scritto sui documenti. Dipende solo dal coraggio di mantenere il cuore aperto, dalla voglia di rischiare e di fare un passo verso l’ignoto, anche quando tutti pensano che sia troppo tardi.

L’amore e la gioia non scadono mai. E a volte, la parte più bella e sorprendente della nostra storia comincia proprio quando pensiamo che tutto sia già stato scritto.

Fernanda si strinse ancora di più a Carlo, guardando insieme a lui le luci della città, sapendo che c’erano ancora tante pagine bianche da riempire insieme. Perché non è mai troppo tardi per incontrare l’amore.