Per tutti – amici, parenti, vicini di casa – Carlo e Anna erano la coppia perfetta. “Prendete esempio da loro”, diceva sempre la signora Maria, la vicina del piano di sopra, ai suoi figli. Non litigavano mai. Non si sentivano mai urla provenire dalle loro finestre. Si rispettavano, si aiutavano, si dividevano i compiti con la precisione di due ingranaggi ben oliati. Ma dietro quella superficie liscia e serena, si nascondeva un’incrinatura sottile, invisibile a chiunque guardasse da fuori. Negli ultimi vent’anni, Anna e Carlo avevano pensato a tutto tranne che a loro stessi. Avevano messo al primo posto i figli, le bollette da pagare, le scadenze del mutuo, le malattie dei genitori anziani che andavano accuditi fino all’ultimo giorno. Avevano incastrato le loro vite dentro i mille impegni della quotidianità. Senza rendersene conto, avevano imparato a vivere uno accanto all’altra, ma avevano smesso di vivere insieme. Erano diventati una squadra efficientissima nella gestione delle emergenze della vita, ma avevano dimenticato cosa significasse guardarsi negli occhi e chiedersi: “Tu come stai?”
Quando Anna e Carlo si sposarono, all’inizio degli anni Ottanta, avevano poco più di
Carlo! — gridava Anna una mattina di luglio, uscendo sul portico con le mani sui fianchi. — Carlo, ti vedo, sai? Ancora i miei limoni? Carlo, che si trovava a ridosso della rete con la mano tesa verso un ramo particolarmente carico, non si scompose minimamente. Girò la testa lentamente, mostrando un sorriso sornione sotto i baffi. — Ma dai, Anna… buongiorno anche a te. Ne prendo solo due, vedi? E poi ti faccio perfino un favore: alleggerisco i rami, altrimenti con questo peso si spezzano. Dovresti ringraziarmi! — Il favore lo fai al tuo portafoglio, Carlo! Così non vai a comprarli al supermercato! Quell’albero ha le radici nel mio giardino, la terra è mia, l’acqua è mia. Quindi i limoni sono miei! — Le radici saranno pure tue, cara la mia signora — ribatteva lui, staccando con un colpo secco il secondo frutto — ma i rami pendono per metà dalla mia parte. E per la legge del buon vicinato, quello che cade o pende sul mio suolo diventa di mia proprietà. È il diritto civile, Anna! — Il diritto civile non c’entra niente con la tua tirchieria! — esclamava lei, trattenendo a stento un sorriso
A Roma, se si esce dalle rotte tracciate dai flussi turistici e ci si
Poi, una mattina di novembre, la macchinetta del distributore automatico decise di bloccarsi, trattenendo le mie ultime monete. «Ci vuole un colpo secco, proprio qui, di lato. Altrimenti si tiene tutto», disse una voce alle mie spalle. Mi voltai. Lucia era avvolta in una sciarpa di lana verde, troppo grande per lei, che le copriva metà del viso. Aveva gli occhi accesi di una luce ironica e stringeva al petto un volume monumentale di canti della letteratura italiana. Diedi quel colpo al distributore e la monetina cadde, seguita dal bicchiere di plastica. Fu così, con un caffè pessimo e un sorriso rubato al freddo di Bologna, che cominciò tutto. Non fu un colpo di fulmine di quelli che tolgono il fiato nei film. Fu qualcosa di più lento, profondo e inesorabile. Cominciammo a cercarci ogni giorno alla stessa ora. Le nostre differenze erano evidenti, quasi geometriche: io studiavo la gestione della ricchezza, i flussi finanziari e l’ottimizzazione dei profitti; lei viveva tra la poesia, la storia della lingua e il teatro d’avanguardia. Eppure, sotto i portici infiniti di Via Zamboni, quelle differenze svanivano
Il profumo del caffè nei corridoi della facoltà di Lettere a Bologna aveva sempre
Vedrai, Maria. Prima o poi arriverà il mio momento. Pensa a una Fiat nuova di zecca, lucida, con i sedili profumati di concessionaria. Ti porterò a vedere il mare, quello vero, non quello delle cartoline. Maria si voltava, si puliva le mani sul grembiule infarinato e lo guardava con una tenerezza intrisa di pragmatismo. Non lo rimproverava mai per quella piccola spesa. Sapeva che per Giovanni quel biglietto non era avidità, ma una finestra aperta sulla speranza, un modo per sopportare il rumore assordante dei telai meccanici della fabbrica. — Giovanni mio — rispondeva lei con voce dolce ma ferma, — il mare è bellissimo, ma oggi dobbiamo pensare a riempire le cassette per il mercato di domani. La fortuna è una signora volubile, non ci si può fidare di chi non si presenta mai agli appuntamenti. Era questa la grande differenza tra loro due. Giovanni credeva nel colpo di fulmine del destino, nell’evento straordinario che avrebbe cambiato l’esistenza in un secondo. Maria, al contrario, credeva nella liturgia della pazienza: i piccoli sacrifici quotidiani, i centesimi messi da parte nel barattolo di latta sopra la credenza, la cura meticolosa per ogni singola pianta. Per Maria, il futuro non era qualcosa che si aspettava; era qualcosa che si arava, si seminava e si annaffiava giorno dopo giorno
Il paese di Pietrafontana si svegliava sempre prima del sole, o almeno così sembrava
Pietro gestiva una piccola impresa di carpenteria metallica alla periferia della città. Per trent’anni aveva trasformato il ferro, piegandolo, saldandolo, costringendolo a prendere la forma di cancelli, ringhiere e strutture portanti. Sapeva come trattare la materia dura, conosceva i punti di rottura dei metalli, ma non aveva mai imparato la formula per riparare i legami umani quando si spezzano. Nelle lunghe ore passate in officina, mentre il rumore della smerigliatrice copriva i pensieri, Pietro si perdeva nel labirinto dei “forse”. I sensi di colpa, quando non trovi una risposta dall’esterno, iniziano a scavare dentro di te come tarli in un mobile antico. Forse ho lavorato troppo, pensava, pulendosi le mani sporche di grasso su uno straccio. Ricordava i sabati passati in ufficio a far quadrare i conti, le domeniche mattina spese a redigere preventivi mentre sua figlia, Elena, giocava da sola in giardino. Voleva non farle mancare nulla. Voleva che avesse quell’università che lui non aveva potuto permettersi, che viaggiasse, che fosse libera. Ma la libertà, a volte, somiglia troppo all’abbandono per chi la guarda con gli occhi di un bambino
L’ultimo messaggio era rimasto sospeso sullo schermo del telefono come una frase interrotta a
Ciao mamma, tutto bene? Come va la schiena? Sì, i bambini stanno bene, Elena è un po’ stanca per il lavoro, ma teniamo botta. Dai, ti chiamo la settimana prossima. Ti voglio bene. Poche parole, ma sufficienti a riempire la casa di Lucia per i successivi sette giorni. Era il filo invisibile che la teneva ancorata alla vita di quel figlio ormai adulto, un uomo di trentasei anni con le sue responsabilità, la sua famiglia e una carriera avviata come direttore commerciale in un’importante azienda di logistica. Lucia era fiera di quel filo. Si era sempre ripromessa di non essere una madre invadente. Ricordava fin troppo bene sua suocera, che pretendeva di sapere cosa ci fosse nel frigorifero ogni santo giorno. No, Lucia voleva essere un porto sicuro, non una dogana. Ma quel martedì il telefono non aveva squillato. E nemmeno quello successivo. All’inizio, Lucia aveva cercato di razionalizzare. «Marco ha trentasei anni,» si ripeteva, camminando avanti e indietro per il soggiorno, «ha una moglie, due figli piccoli, i compiti della scuola, le riunioni, il traffico. È normale che si dimentichi. Non posso pretendere che la sua vita ruoti intorno a me»
Il tempo, per una madre che aspetta, non si misura in ore, ma in
La prima volta che Antonio aveva varcato la soglia del locale era un lunedì mattina del 1978. Aveva poco più di ventun anni, i capelli neri ricci e ribelli, e le unghie delle mani segnate da un sottile alone nero che nessuna spazzola riusciva mai a togliere del tutto. Lavorava come apprendista in un’officina meccanica della Bolognina, dove passava le giornate piegato sui motori caldi delle Fiat e delle Alfa Romeo, respirando odore di olio bruciato e benzina. Ogni mattina, prima che il turno iniziasse, faceva quella deviazione speciale solo per sedersi al tavolo vicino alla finestra del Caffè del Corso. Il proprietario di allora, un uomo anziano e burbero di nome Gianni, lo guardava entrare e, senza che il ragazzo dovesse dire una parola, gli preparava un espresso corto, caldissimo, servito in una tazzina spessa di ceramica bianca. Su quel seggiolino di legno, Antonio aveva visto scorrere le stagioni e cambiare la città. Lì dentro, tra il fumo delle sigarette che allora si potevano ancora accendere nei locali e il brusio delle radio che trasmettevano le canzoni di Lucio Dalla, aveva trovato la forza di fare la scelta più importante della sua vita
Bologna, nei vicoli stretti che si snodano silenziosi dietro via Saragozza, possiede un rumore
Maria uscì dalla cucina asciugandosi le mani su un grembiule immacolato. Era una donna di cinquantasei anni, con i capelli biondo cenere raccolti sulla nuca e gli occhi grigi che riflettevano una stanchezza antica, ma anche una determinazione d’acciaio. Veniva da Poltava, una città dell’Ucraina centrale circondata da campi di grano infiniti. In Italia era arrivata quindici anni prima, inizialmente come assistente della defunta moglie di Giuseppe, e poi, col tempo, era diventata la compagna silenziosa e indispensabile di quell’uomo rimasto solo. «Giuseppe, sei già qui?» disse Maria, con quel suo accento morbido che le scivolava sulle doppie consonanti. «Ti ho detto di riposare fino all’arrivo dei ragazzi. Oggi non devi muovere un dito.» «E come faccio a stare fermo, Maria?» rispose Giuseppe, con una voce profonda ma leggermente incrinata dagli anni. «Oggi compio ottantacinque anni. Se sto fermo, rischio che il tempo mi raggiunga e si accorga di quanti sono.» Maria sorrise, ma nei suoi occhi passò un’ombra di ansia. Si avvicinò al tavolo e sistemò con precisione geometrica un vassoio di ceramica bianca su cui aveva disposto dei piccoli rustici salati, dei piccoli fagottini di pasta sfoglia lucidi di tuorlo d’uovo
Il sole di metà luglio faticava a farsi strada attraverso le tende di lino
Matteo, invece, il rumore lo faceva solo con gli attrezzi. Lavorava nell’officina di suo padre Antonio, in un vicolo cieco poco distante dal lungomare. A ventidue anni aveva già le mani segnate dal grasso nero dei motori, che non andava via nemmeno strofinando con la pasta lavamani al limone, e le spalle larghe di chi passava le giornate a sollevare blocchi motore e a spingere vecchie Fiat 500. Parlava pochissimo. Suo padre gli ripeteva sempre: «Chi parla assai, sputa sentenze e perde tempo». E Matteo applicava quella massima alla lettera. I suoi occhi, però, erano di un castano così profondo e mobile che sembravano fare tutto il lavoro sporco della comunicazione. Si incontrarono per via di una catena della bicicletta saltata. Lucia stava pedalando verso la spiaggia di Pane e Pomodoro quando la catena della sua vecchia Legnano decise di aggrovigliarsi sul mozzo posteriore. Finì a terra, sbucciandosi un ginocchio. Invece di piangere, seduta sul marciapiede bollente, scoppiò a ridere. Una risata sonora, quasi sfacciata, che arrivò dritta dentro l’officina buia dove Matteo stava regolando il carburatore di una Vespa
La luce dell’estate del 1978 a Bari aveva una consistenza quasi solida, un misto
Il proprietario, il Signor Alessandro Rossi, era un uomo di settantacinque anni la cui eleganza sembrava immune allo scorrere del tempo. Portava i suoi capelli d’argento con una naturalezza aristocratica, e i suoi completi di sartoria, rigorosamente blu o grigio fumo, riflettevano una compostezza interiore che tutti a Firenze gli riconoscevano. Alessandro era un imprenditore stimato, un uomo che aveva costruito la sua fortuna nel settore tessile, esportando la qualità del Made in Italy in tutto il mondo. Tuttavia, dietro quell’armatura di successo e decoro, si celava una solitudine profonda. Da quando la sua amata moglie era venuta a mancare, vent’anni prima, Alessandro aveva spento i motori della sua vita emotiva. Si era rifugiato nel lavoro, nella cura dei figli e nella gestione della monumentale villa
Tra le colline che abbracciano Firenze, dove i cipressi si stagliano come sentinelle contro