Nel nostro paese, arrampicato come un nido di pietra su una collina a metà strada tra Perugia e il Trasimeno, il tempo ha un suo modo strano di scorrere. Non segue l’orologio della piazza, ma i ritmi dei campi, il cambio delle stagioni e la luce che si appoggia sui tetti di tegole rosse. Per quarant’anni e più, c’era un’altra cosa che segnava il tempo in paese: le nostre discussioni.
Mi chiamo Giovanni. Mia moglie si chiama Teresa. Quando ci sposammo, alla fine degli anni Sessanta, eravamo poco più che ragazzi. Io avevo ventidue anni, la testa piena di idee vaghe sul futuro e le mani sempre pronte a costruire o aggiustare qualcosa, anche se spesso lasciavo i chiodi e il martello sparsi sul tavolo del tinello. Teresa ne aveva ventuno: uno sguardo fermo, i capelli neri raccolti in una treccia ordinata e un senso dell’ordine che rasentava la devozione religiosa.
Al nostro matrimonio, zia Rosa – che la sapeva lunga e non si faceva mai i fatti suoi – disse a mia madre dietro la navata della chiesa:
«Guardali, Giuseppina. Un fuoco e una pietra. O la pietra spegne il fuoco, o il fuoco spacca la pietra. Non arrivano al quinto anniversario.»
Avrebbero potuto scommetterci tutti i soldi del paese, e avrebbero perso. Avevano ragione su un punto, però: eravamo diversi. Diversi come la notte e il giorno, come il vino rosso forte e l’acqua di sorgente. Ma non avevano capito che tra il fuoco e la pietra si crea un calore che nessun inverno può spegnere.
Noi ci siamo amati dal primo giorno. Ma dal primo giorno abbiamo anche iniziato a disputare.
La nostra casa era un teatro quotidiano. Teresa aveva un rito per ogni gestualità. La mattina, la cucina doveva profumare di lavanda prima ancora che di cibo. I tovaglioli dovevano essere piegati a triangolo perfetto, le sedie accostate con precisione millimetrica, i piatti sistemati per dimensione. Io, d’altra parte, vivevo nel mio caos tranquillo. Per me il giornale andava letto lasciando le pagine aperte come le ali di un gabbiano; le scarpe da lavoro trovavano la loro dimora naturale accanto alla porta d’ingresso, e la zuccheriera… be’, la zuccheriera per me era semplicemente un contenitore che si riempiva quando ti ricordavi di farlo.
E poi c’era il caffè.
Ah, la moka di casa nostra. Una Bialetti da tre tazzine, un po’ ammaccata sul fianco per una caduta risalente al 1984. Per Teresa, preparare il caffè non era un’azione: era un’officiatura. Il livello dell’acqua non doveva mai superare la valvola di sicurezza; la polvere doveva formare una montagnola dolce, mai pressata col cucchiaino, solo livellata con tre leggeri tocchi del manico sulla tavola.
Io, da marito curioso e un po’ pasticcione, ogni tanto provavo a metterci lo zampino. Compravo una miscela diversa al mercato, magari con un tocco di arabica in più, o aggiungevo un goccio d’acqua oltre il limite per farne uscire un po’ di più.
«Giovanni!» gridava lei dalla sala, prima ancora che il caffè avesse finito di salire, come se avesse un sesto senso. «Hai toccato la moka!»
«Teresa, ma è solo caffè! Ne viene di più, no?»
Lei entrava in cucina, si fermava sulla soglia con le mani sui fianchi e mi guardava con quell’aria da giudice severo che nascondeva, sotto sotto, un’ombra di divertimento.
«No, Giovanni. Non è “solo caffè”. È il nostro caffè. E se metti troppa acqua viene un brodo di cicoria!»
«Ma se è buono uguale!»
«Non è buono uguale! Tu vuoi stravolgere tutto, ecco cosa vuoi fare!»
Si finiva sempre così. Prima ci sgridavamo, alzavamo la voce finché dalla finestra aperta non si sentiva il cane dei vicini abbaiare, e poi, mentre la macchina cominciava a borbottare sulla fiamma, ci guardavamo negli occhi. Io facevo una Smorfia, lei cercava di trattenere le labbra, e alla fine scoppiavamo a ridere. Era la nostra musica.
I decenni sono volati via come le foglie d’autunno lungo i vicoli del paese. Sono arrivati i figli. Prima Marco, con gli occhi grandi e la pazienza di un santo, poi Luca, vivace e impulsivo come me. La casa si è riempita di grida di bambini, di compiti da controllare sul tavolo di formica, di biciclette con le ruote bucate e di compleanni festeggiati in giardino con la porchetta e la torta fatta in casa.
Noi due siamo rimasti gli stessi. Crescevano i figli, cambiavano i governi, la televisione passava dal bianco e nero al colore, ma in casa nostra la battaglia per il telecomando o per le coperte tirate troppo da un lato rimase un punto fermo.
I ragazzi sono cresciuti sentendoci litigare. Ma hanno anche visto mio padre e mia madre volersi bene con una devozione silenziosa nei momenti seri. Quando Teresa si ammalò di polmonite negli anni Novanta, io non dormii per tre notti di fila, seduto sulla sedia accanto al suo letto, ad applicarle le pezze fresche sulla fronte e a preparare brodi che non sapevano di niente, pur di vederla mandar giù un cucchiaio. E quando io mi spezzai la caviglia cadendo dal tetto del garage, lei non mi lasciò solo un secondo, rimproverandomi per la mia sconsideratezza mentre mi serviva i miei piatti preferiti con una dolcezza che cercava disperatamente di nascondere.
I paesani ci conoscevano bene. Al bar della piazza, don Matteo mi diceva sempre:
«Giovanni, se un giorno entro in casa tua e sento silenzio, chiamo subito l’ambulanza, perché vuol dire che uno dei due è svenuto.»
E io ridevo, sapendo che aveva ragione. Il nostro era un matrimonio dinamico, una danza continua di colpi e risposte, di piccole provocazioni e riappacificazioni immediate.
Poi Marco si è trasferito a Firenze per fare l’architetto, si è sposato e ci ha dato due splendidi nipoti. Luca è andato a Bologna, ingegnere, anche lui con la sua famiglia. La casa è tornata a essere grande. Troppo grande per due sole persone. Ma noi avevamo le nostre abitudini, le nostre camminate fino all’uliveto, la nostra legna da catastare per l’inverno… e le nostre piccole guerre.
Finché non abbiamo compiuto sessant’anni.
Non so spiegare bene cosa succeda quando si varca quella soglia. Forse subentra una strana stanchezza, o forse il corpo inizia a mandare piccoli segnali di usura che ti rendono più suscettibile. La pazienza, che per quarant’anni era stata un elastico capace di allungarsi all’infinito, improvvisamente sembrava essersi irrigidita.
Era una mattina di fine ottobre. Fuori c’era quella nebbia sottile che sale dalla valle e nasconde le cime degli ulivi.
Mi alzai prima del solito, andai in cucina per fare colazione. Presi la zuccheriera di ceramica con i disegni blu, ne versai due cucchiaini colmi nella mia tazza di latte e lasciai il contenitore sul tavolo. C’era rimasto giusto un velo di zucchero sul fondo, un cucchiaino scarso.
Poco dopo scese Teresa. Sento i suoi passi precisi sulle scale di legno. Entrò in cucina, prese la tazza, aprì la zuccheriera e la trovò praticamente vuota.
In una giornata normale, avrebbe detto: «Sei il solito pigro» e avrebbe preso il pacco dalla dispensa. Ma quel giorno c’era qualcosa nell’aria. Una stanchezza antica, o forse solo la giornata sbagliata.
«L’hai finita e non l’hai riempita» disse, con una voce che non era la solita voce di rimbrotto giocoso. Era fredda.
Io stavo leggendo il giornale locale. Non alzai nemmeno gli occhi.
«La potevi riember anche tu, sta nel secondo ripiano.»
«Sempre io?» ribatté lei, appoggiando la zuccheriera sul marmo con un rumore secco. «Sempre io devo pensare a riempire le cose che finisci? Il sapone, lo zucchero, la bottiglia dell’acqua… Tu consumi e io rimetto a posto. Sono quarant’anni che faccio la cameriera!»
Quella parola – cameriera – mi punse sul vivo. Mi alzai dalla sedia, lasciando cadere il giornale.
«Cameriera? Ma cosa dici, Teresa? Ti ho mai chiesto di farmi da cameriera? Ti ho sempre aiutato in tutto! Se dimentico uno zuccherino non è la fine del mondo!»
«Non è lo zuccherino, Giovanni! È l’attenzione! Tu non stai mai attento a niente! Vivi nel tuo mondo e lasci gli stracci agli altri!»
«E tu vivi con il regolo calcolatore in mano!» urlai, provando un fastidio bruciante che non provavo da anni. «Non si può respirare in questa casa! Ogni piccola cosa diventa un processo! A sessant’anni suonati devo ancora prendere i voti per farmi dire come devo versare lo zucchero?»
«Allora forse hai sbagliato persona con cui passare la vita!» mi gridò lei di rimando, con le guance rosse e gli occhi lucidi di rabbia.
«Forse sì!» risposi io, incrociando le braccia.
Ci fu un secondo di silenzio glaciale. Un silenzio sordo, pesante, di quelli che non si erano mai sentiti tra quelle mura.
Teresa si fermò. Si asciugò le mani sul grembiule, se lo tolse e lo appese al gancio dietro la porta. Poi mi guardò con uno sguardo lucido, ferito, ma terribilmente determinato.
«Forse è arrivato il momento di vivere tranquilli… ognuno per conto suo» disse a bassa voce.
Non urò. Non sbatté le porte. E fu proprio quel tono calmo a farmi paura, anche se l’orgoglio mi impedì di fare un passo indietro.
«Se è questo che vuoi…» dissi io, stringendo i denti.
«Sì. È questo che voglio.»
Due giorni dopo, la casa era chiusa.
L’accordo fu preso in fretta, quasi con un’efficienza burocratica che non ci apparteneva. I ragazzi vennero a sapere della cosa e rimasero sconvolti. Marco ci chiamò incredulo: «Papà, mamma, ma che state facendo? A sessant’anni vi separate per una zuccheriera?». Ma noi eravamo troppo orgogliosi per ammettere che la zuccheriera era stata solo la goccia che aveva fatto traboccare un vaso pieno di stanchezza accumulata.
Io impacchettai due valigie e andai a Firenze da Marco.
Teresa chiuse le sue borse e prese il treno per Bologna, da Luca.
I nostri figli, superato lo sconcerto iniziale, si persuasero che forse, dopotutto, avevamo davvero bisogno di riposo. Parlavano tra loro al telefono: «Chissà, forse dopo tanti anni di litigi continui, un po’ di pace farà bene a tutti e due. Hanno lavorato una vita, meritano un po’ di tranquillità.»
Tranquillità. Che parola strana.
I primi due giorni a Firenze furono quasi piacevoli. Marco e sua moglie mi avevano sistemato nella stanza degli ospiti, luminosa e moderna. La mattina mi alzavo, andavo in cucina e trovavo la colazione pronta. La casa era silenziosa. Nessuno mi diceva che stavo lasciando la tazza nel lavandino invece che nella lavastoviglie. Nessuno mi rimproverava se lasciavo la pagina dello sport sparsa sul divano. Nessuno alzava gli occhi al cielo se mettendomi a sedere facevo scricchiolare la sedia.
“Ah,” pensai il terzo giorno, guardando i tetti di Firenze dalla finestra del balcone. “Questa è la vita. Finalmente la pace.”
Ma la pace è una trappola sottile.
Già verso la fine della prima settimana, il silenzio della casa di Marco cominciò a pesare come un macigno. La nuora era gentilissima, i nipoti mi abbracciavano, ma tutto era… troppo ordinato. Troppo perfetto. Quando cucinavano la pasta, la condivano con delicatezza. Io mettevo tre abbondanti cucchiai di parmigiano e nessuno mi diceva: «Giovanni, stai affogando la pasta nel formaggio, ti fa salire il colesterolo!». E invece di godermi quel parmigiano, mi sembrava che mancasse di sale.
La sera guardavo la televisione. Il telecomando era lì, sul bracciolo del divano. Nessuno me lo toglieva di mano per mettere il programma di cucina o la soap opera. Potevo guardare la partita in santa pace. Ma senza qualcuno a cui dire: «Hai visto che fallo? Quello era cartellino rosso netto!», la partita diventava una sequenza muta di omini che correvano dietro a un pallone.
Andavo a letto presto. Ma nel letto matrimoniale della stanza degli ospiti, il lato destro era freddo. Per quarant’anni avevo protestato perché Teresa si prendeva sempre tre quarti del piumone, lasciandomi scoperto le spalle. Ora il piumone era tutto mio. E io avevo freddo.
A Bologna, intanto, stava succedendo esattamente la stessa tragedia, rivestita di perfezione.
L’avrei saputo solo più tardi, ma Luca trattava sua madre come una regina. Ogni mattina le preparava il caffè con una macchina a capsule di ultima generazione.
Un pulsante, un ronzio elettronico, ed ecco una tazzina cremosissima, perfetta, con la schiuma densa.
Teresa prendeva la tazza, ringraziava con un sorriso tirato, beveva un sorso… e le veniva da piangere.
Quel caffè non aveva anima. Non c’era la moka che borbottava sulla fiamma lenta. Non c’era l’odore profondo che riempiva il corridoio. E soprattutto, non c’era nessuno che avesse cambiato la miscela di nascosto per farla arrabbiare. Nessuno a cui poter dire: «Hai toccato il caffè!». Luca le sorrideva e le diceva: «Buono, vero mamma? È una miscela arabica al cento per cento selezionata.». E lei annuiva, desiderando disperatamente un caffè bruciacchiato e fatto male con troppa acqua.
Le mancavano le mie scarpe lasciate sul tappeto. Le mancava il mio modo sgraziato di fischiettare mentre cercavo gli occhiali da lettura che avevi sempre sulla testa. Le mancava la mia voce che la chiamava dalla cantina per chiederle dove avessi messo la chiave inglese.
Passarono tre settimane. Poi una quarta. Un mese quasi intero di “pace tranquilla”. Un mese di solitudine mascherata da vacanza.
Un giovedì mattina di fine novembre, mi svegliai alle sei. Fuori Firenze il cielo era grigio, pronto a scaricare pioggia.
Mi lavai la faccia, mi vestii e preparai la mia borsa. Non ce la facevo più. Quel silenzio mi stava divorando l’anima. Preferivo un’ora di urla e discussioni che un altro giorno di quella perfezione ovattata.
Scesi in cucina. Marco era già alzato con la tazza di tè in mano.
«Papà? Dove vai così presto con la borsa?» mi chiese sorpreso.
Lo guardai. Volevo inventare una scusa, dire che dovevo controllare se le condutture dell’acqua a casa fossero a posto per l’inverno, o che dovevo potare le viti. Ma poi gli occhi mi si riempirono di una chiarezza improvvisa.
«Vado a prendere alcune cose a casa, Marco» dissi semplicemente.
Mio figlio mi guardò negli occhi per tre lunghi secondi. Era un ragazzo intelligente. Non mi fece domande. Non mi disse: «Ma la mamma non c’è» o «Rimani qui che piove». Sorrise appena, mi diede una carezza sulla spalla e disse solo:
«Fai attenzione sulla superstrada, papà. C’è nebbia.»
Nello stesso identico momento, a trecento chilometri di distanza, a Bologna, Teresa stava mettendo la sua giacca pesante.
Luca, vedendola con la valigia in mano vicino all’ingresso, le aveva chiesto:
«Mamma? Ma dove vai?»
E lei, senza neanche guardarlo in faccia per la fretta di uscire, aveva risposto:
«Vado a prendere alcune cose a casa.»
Luca aveva accennato un sorriso furbo, le aveva baciato la guancia e le aveva aperto la porta:
«Salutami il babbo» le aveva detto piano.
Guidai lungo la E45 senza sentire la radio. La nebbia accompagnava il mio viaggio, ma più mi avvicinavo alle colline dell’Umbria, più il cuore picchiava forte nel petto. Cosa stavo facendo? E se fossi arrivato lì e avessi trovato la casa vuota, fredda, abbandonata? Se lei non fosse più tornata? Se la nostra storia si fosse davvero spenta per sempre per un cucchiaino di zucchero?
Arrivai in paese verso le dieci del mattino. La pioggia aveva iniziato a cadere leggera, una pioggerellina sottile che bagnava l’asfalto.
Svoltai nell’ultimo vicolo, quello che porta al nostro cancello di ferro battuto.
E fu in quel preciso istante che vidi una macchina grigia che stazionava davanti al garage, con il motore ancora caldo che fumava leggermente dal tubo di scappamento.
La macchina di Teresa.
Frenai di colpo. Il cuore mi saltò in gola.
Scesi dall’auto senza neanche prendere l’ombrello. Lei stava scendendo dal lato guidatore, con la borsa della spesa in una mano e le chiavi di casa nell’altra. Si fermò.
Ci ritrovammo lì, a due metri di distanza, sul marciapiede bagnato, davanti alla porta della casa dove avevamo passato quarant’anni della nostra vita.
Lei mi guardò. Aveva le occhiaie leggermente segnate, i capelli un po’ scompigliati dal vento e la chiave di casa stretta nel pugno come un amuleto.
Io avevo la mia solita borsa di tela e la giacca impermeabile arancione che lei ha sempre odiato perché diceva che sembravo un stradino.
Per cinque, lunghissimi secondi, nessuno dei due disse una parola. Il rumore della pioggia sulle foglie dell’olivo era l’unico suono nell’aria.
Poi, Teresa guardò la mia giacca. Poi guardò me. E un piccolo, impercettibile tremito le attraversò le labbra.
Io la guardai, guardai la sua borsa, e sentii un calore immenso risalirmi dal petto.
Scoppiammo a ridere.
Non fu una risata qualunque. Fu quella risata piena, travolgente, contagiosa, che conoscevamo solo noi due. Una risata che faceva tremare le spalle e venire le lacrime agli occhi, la risata di due vecchi pazzi che si erano ritrovati al varco.
«Sei tornato?» disse lei, cercandosi un fazzoletto nella tasca per asciugarsi le lacrime di riso.
«A quanto pare… anche tu» risposi, facendo un passo verso di lei.
«Non riuscivo più a sopportare quel silenzio a Bologna» ammise, scuotendo la testa e guardando per terra. «Tutto troppo pulito, tutto troppo ordinato. Mi sembrava di stare in un museo.»
«E io non ce la facevo più a stare a Firenze» dissi io, avvicinandomi ancora di più. «Nessuno mi sgridava se mettevo il parmigiano sulla pasta. Mi sembrava di mangiare cartone.»
Teresa fece un profondo sospiro. Poi infilò la chiave nella serratura della porta di casa. La serratura girò con il solito scatto secco che conoscevamo a memoria.
«Entriamo» disse. «Sta piovendo.»
La casa aveva quell’odore inconfondibile di chiuso mixato con il profumo di legno, lavanda e vecchi libri che eravamo abituati a chiamare “casa”.
Togliemmo i cappotti. Nessuno parlò del litigio. Nessuno nominò la zuccheriera. Era come se quel mese di separazione fosse stato un brutto sogno spazzato via dal primo raggio di sole.
Teresa andò dritta in cucina. Io la seguii, come avevo fatto per quarant’anni.
Sul piano della cucina, accanto ai fornelli di acciaio, c’era la nostra vecchia moka.
Teresa la prese in mano. Ne svitò la base con la perizia di sempre. Prese il pacco del caffè – quello classico, la miscela di sempre – e riempì il serbatoio con l’acqua del rubinetto.
Poi si girò verso di me. Mi fissò negli occhi con quel suo sguardo severo che ormai conoscevo meglio delle mie tasche, ma in fondo alle sue pupille c’era una luce calda, viva.
«Non osare cambiare la miscela» disse, puntandomi contro il cucchiaino.
Scoppiai di nuovo a ridere, un riso aperto che scosse la cucina.
«Promesso, Teresa. Non la tocco più.»
Lei mise il filtro, riempì la montagnola di caffè senza pressarla, dette i soliti tre colpi di manico sulla tavola per livellarla e avvitò la macchinetta. La mise sul fuoco piccolo e accese la fiamma.
Ci mettemmo a sedere al tavolo di legno della cucina. Quello con i graffi fatti dai ragazzi quando erano piccoli, quello dove avevamo firmato le cambiali per la casa, dove avevamo pianto quando mia madre se ne andò e dove avevamo festeggiato ogni Natale.
La moka cominciò a scaldarsi. Quel gorgoglio familiare iniziò a salire lentamente, riempiendo la stanza con quell’aroma denso, scuro, imperfetto e meraviglioso.
Quando il caffè fu pronto, Teresa versò il liquido nero nelle due tazzine sbeccate che usavamo sempre. Prese la zuccheriera – che nel frattempo aveva riempito da un pacco nuovo preservato in dispensa – e la mise al centro del tavolo.
Non disse: “L’ho riempita io”. E io non dissi: “Potevo farlo io”.
Versai un cucchiaino di zucchero nella mia tazza. Lei fece lo stesso nella sua.
Girammo il cucchiaino nello stesso momento. Il rumore del metallo contro la ceramica fece una piccola musica sorda.
Bevemmo.
Quella mattina bevemmo il caffè più buono della nostra vita.
Non perché fosse venuto particolarmente bene. Anzi, a dirla tutta, a me pareva persino un po’ bruciacchiato sul fondo, come succedeva sempre quando la fiamma era un po’ troppo alta.
Ma era il caffè più buono del mondo perché avevamo finalmente capito una cosa fondamentale.
Per quarant’anni avevamo creduto che i nostri litigi fossero un limite, una debolezza, un errore da correggere. Eravamo convinti che la felicità fosse una linea dritta, un mare calmo senza un’onda, un luogo silenzioso dove due persone vanno d’accordo su tutto senza mai scontrarsi.
In realtà, avevamo capito che per noi i litigi non erano la fine dell’amore. Erano soltanto il nostro modo imperfetto, viscerale e testardo di volerci bene. Erano il nostro modo di dirci: ci sono, sono qui, ti vedo, mi importa di quello che fai, non mi sei indifferente.
L’amore vero non è sempre una musica dolce e tranquilla.
A volte è una marcia militare fuori tempo.
A volte ha una voce alta che rimbomba nelle stanze.
A volte borbotta come una moka sul fuoco.
A volte discute ferocemente per una zuccheriera vuota, per un calzino sbagliato, per una finestra aperta quando fuori fa freddo.
Ma se, dopo ogni tempesta, dopo ogni urlo, dopo ogni porta socchiusa, due persone continuano a cercare la stessa chiave, la stessa tavola, la stessa casa e lo stesso caffè… allora quella cosa lì non è un errore. È vita. È amore vero.
Oggi abbiamo superato entrambi i settant’anni.
I nostri capelli sono diventati completamente bianchi, come la neve che d’inverno spolvera le cime dell’Appennino. I nostri passi sono più lenti, le nostre mani un po’ più tremanti, e sulla pelle abbiamo le mappe di tutte le stagioni che abbiamo attraversato insieme.
Se pensate che siamo diventati due vecchietti tranquilli che passano le giornate a guardare i cantieri mano nella mano… beh, non ci conoscete affatto.
Litighiamo ancora.
Lei dice che parlo troppo, che racconto sempre le stesse storie ai vicini, che metto la TV ad alto volume e che pretendo di avere sempre ragione.
Io continuo a dimenticare dove metto gli occhiali da lettura – che puntualità da svizzero ritrovo poi regolarmente sul mio collo, appesi alla catenella – e continuo a lasciare il giornale aperto sul tavolo del tinello.
Ogni tanto ci punzecchiamo come abbiamo sempre fatto per mezzo secolo.
«Giovanni, hai rimesso le scarpe bagnate vicine all’ingresso!»
«Teresa, stavo solo prendendo la posta, ci ho messo dieci secondi!»
«In dieci secondi si bagna il pavimento!»
Poi ci guardiamo. E negli occhi dell’altro non c’è più la rabbia cieca di quella mattina di dieci anni fa. C’è una consapevolezza antica e profonda, una complicità che non ha bisogno di molte spiegazioni.
I nostri figli ora sorridono quando ci sentono discutere. Hanno smesso di preoccuparsi. Quando vengono a trovarci la domenica con i nipoti e ci sentono sgridarci per chi deve girare l’arrosto nel forno, Marco guarda Luca, scuote la testa e dice: «Tutto a posto. Stanno bene. È il loro modo di stare insieme.»
E ha ragione.
Ogni sera, quando la casa torna nel suo silenzio naturale e le luci del paese si spengono una a una giù nella valle, andiamo a letto.
Io mi stendo dal mio lato, lei dal suo.
C’è sempre quella piccola battaglia per le coperte.
Io tiro un po’ verso di me. Lei brontola e tira verso di sé.
Ma prima di spegnere la luce sul comodino, ci basta guardarci per un istante. Un secondo appena.
In quell’ultimo sguardo prima del buio c’è la risposta a tutte le domande che ci siamo fatti nella vita: non era la pace ideale che cercavamo. Non eravamo fatti per il silenzio di una casa perfetta.
Era la presenza dell’altro che volevamo.
Con le sue storture, con i suoi difetti, con le sue fisime e con il suo rumore.
E quella presenza, per fortuna, continua a farci compagnia ogni giorno, proprio lì, partendo da quella porta di casa che una mattina di novembre abbiamo scelto, ancora una volta, di aprire insieme.